I podcast sono i nuovi blog?

E se al posto dei blog il nuovo strumento per definire l’influenza in campo digitale fossero i podcast? La prossima Chiara Ferragni, regina incontrastata delle blogger, che genera ogni anno 2 milioni di dollari di entrate grazie a "The Blonde Salad", si trovasse nelle voci che animano gli smartphone dei millennials?

Una rappresentazione di Camille Charrière e Monica Ainley, creatrici del podcast "Fashion No Filter" - Fashion No Filter

Negli Stati Uniti il debutto dei podcast è datato 2005, quando Apple rende accessibile via iTunes la possibilità di scaricare e ascoltare file audio. Bisognerà attendere l’inizio degli anni ‘10 perché la mania diventi percepita. Nel 2014 il podcast diventa "mainstream": Apple integra l'applicazione sul suo telefono e la trasmissione giudiziaria “Serial” batte tutti i record (175 milioni di download fino ad oggi, per 12 episodi).
 
La moda si è presto interessata a questo nuovo mezzo con, a partire da maggio 2014, la trasmissione "The American Fashion Podcast". Iniziata da Charles Beckwith, la discussione ruota attorno a questioni relative all'industria come il futuro del retail o lo spazio dato alle donne in questo settore. Da “Yahoo Style” a “Vogue”, i media della moda seguono e offrono i loro podcast audio già nel 2015, con più o meno successo.
 
Le blogger ne seguono l’esempio, come Leandra Medine, la newyorchese che sta dietro al sito fashion “Man Repeller”. Con “Oh Boy”, lancia dall’agosto 2015 una prima trasmissione di moda e bellezza, seguita pochi mesi più tardi da un secondo show di cultura e società, “Motorcycle”. Nel 2016, tocca alla francese Garance Doré, altra blogger star, che lancia "Pardon My French". 
 
In Francia, Camille Charrière e Monica Ainley hanno lanciato nel dicembre del 2016 “Fashion No Filter”, nel quale intervengono degli attori del mondo della moda per parlare di questioni come i segreti dello street style, le muse ispiratrici o la haute couture. Nel gennaio 2017, la giornalista di moda Valérie Tribes lancia “Chiffons”, dedicato al guardaroba di varie personalità della moda (stilisti, giornalisti, ecc.).
 
Il seguito attorno ai podcast è tale da avergli fatto trovare un proprio pubblico. Negli USA, i produttori di podcast utilizzano un’applicazione chiamata “Podtrac” e molti di essi (CBS Local, Bloomberg, The New York Times, Condé Nast…) hanno partecipato all’elaborazione del documento "Podcast Playbook – A guide for Marketers" con l’Interactive Advertising Bureau. Il rapporto sostiene che un quarto degli over 12 ascolta i podcast ogni mese, insiste sul fatto che il target di utenti è molto qualificato (25-49 anni, di classe sociale più elevata e residenti in città, utilizzatori di dispositivi mobli e utenti dei social network), e che gli ascoltatori rispondono positivamente alle pubblicità sui podcast.
 
Così, secondo uno studio condotto dall'editore di podcast Midroll, tra essi, il 67% degli intervistati sono stati in grado di nominare un prodotto proposto o un'offerta fatta durante un annuncio sentito in un podcast. E il 61% di loro aveva persino comprato un prodotto o un servizio di cui avevano sentito parlare in un podcast.
 
Sempre in Francia, Joël Ronez, cofondatore di “Binge Audio”, si rammarica dell'assenza di dati ufficiali. "Lavoriamo con le altre società di produzione francesi per passare tutti attraverso Podtrac, raccogliere i dati e impostare un sistema di misurazione. Perché non c’è business serio se non esiste uno strumento affidabile per misurare la crescita del settore, la percentuale di ascolto, definire il target”.
 
Nel frattempo, la pubblicità è valutata tra i 30 e gli 80 euro per mille sui podcast “Binge Audio”, un ordine di grandezza superiore a quello del display, giustificato tra l'altro dal formato pubblicitario: "I marchi sono integrati nel programma. Di conseguenza non è possibile nessun adblock, è il presentatore che parla del prodotto, con parole sue, dunque non lo si può evitare. Questo è l’intersse per il format da parte degli inserzionisti”.
 
La cofondatrice del podcast “Fashion No Filter”, Monica Ainley, interrogata a proposito della della sua collaborazione con Bumble (una app di incontri) spiega quindi: "Volevano che la pubblicità che stavamo facendo loro fosse naturale. Ecco perché la mettiamo nel bel mezzo dell'episodio e ne parliamo con un tono leggero, scherzando piacevolmente della vita amorosa di Camille".

Lauren Bastide e Julien Neuville, fondatori di NouvellesÉcoutes - Nouvelles Ecoutes

La podcaster Valérie Tribes, ha invece ricevuto molte richieste da parte di brand desiderosi di vedersi fornire del brand content, l’altro mezzo, per le case di produzione e i creatori di podcast, per commercializzare il loro lavoro. Per Joël Ronez, “è possibile realizzare buonissimi programmi di brand content per 50.000 euro, che è una somma relativamente poco elevata”.
 
Un costo basso, un pubblico appassionato che non può aggirare la pubblicità e soprattutto, per gli inserzionisti, un accesso diretto e privilegiato ai dispositivi mobili dei consumatori, poiché secondo uno studio di Podtrac Analytics, l’85% degli ascoltatori usufruisce dei podcast sul proprio telefono cellulare.
 
Secondo Nardjisse Ben Mebarek, direttrice digital dello studio di tendenze NellyRodi, i marchi che vogliono investire in questo format devono “aver voglia di raccontare delle storie che siano in sintonia con i loro valori e il loro storytelling”. Nel frattempo prende atto: “Non si tratta di una semplice pagina di pubblicità dentro una rivista, il consumatore non si lascia più ingannare, vuole assicurarsi che il messaggio tra il contenuto e il marchio partner sia chiaro e pertinente”.
 
Alcuni marchi hanno già fatto il grande passo lanciando direttamente i propri podcast. Come Asos con “My Big Idea” dal 2015, poi eBay con “Open Your Business” nel 2016 o Chanel con “3.55” dall’autunno 2017. Ultimi in ordine di tempo, Sephora, che ha sviluppato il suo lo scorso novembre, in parallelo al suo arrivo sull’assistente vocale di Google, e il marchio francese di abbigliamento per maternità e gravidanza Joli Bump all’inizio del 2018.
 
Nardjisse Ben Mebarek accoglie con favore il loro approccio, e nota: “Permettere di diffondere questi talk, produrli e metterli a disposizione del pubblico, è un modo piuttosto elegante e democratico di creare un contenuto di qualità, limite intello, anche quando parliamo di make up o cose futili”. Con l'obiettivo di avvicinarsi ai millennials. Come i loro fratelli maggiori con i blog, questi ultimi si appassionano per il nuovo media digitale. Suscitando, come i blog, l'improvviso interesse degli influencer, dei mezzi di comunicazione di massa e dei marchi. Ma il confronto non si ferma qui. Valérie Tribes spiega anche che, per stabilire le tariffe dei primi annunci pubblicitari per il suo podcast, lei si è "basata sulle tariffe praticate nella blogosfera e su Instagram".
 
Tuttavia, la Tribes smorza un po’ la cosa: "È vero che la situazione è simile a quella dell’inizio della crescita del blogging, ma attenzione, fare un podcast è molto più complicato, ed essere giornalista è indispensabile!”. Monica Ainley è d’accordo con lei e aggiunge: “È l’inizio del podcast e penso che questo diventerà un vero media, che potrà davvero costituire un lavoro a tempo pieno per alcuni di noi”. Checché se ne dica, in definitiva come i blog.

Versione italiana di Gianluca Bolelli

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