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23 dic 2011
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I consumi in Cina, speranza della moda occidentale?

Pubblicato il
23 dic 2011

Trovatisi nel bel mezzo di un momento storico in cui l'orizzonte economico europeo è diventato un po' più cupo, i professionisti della moda stanno assistendo a uno spostamento dei consumi dall'Occidente verso l’Asia. L’Europa deve dunque puntare sul boom della domanda cinese? Il seminario annuale dell’IFM (Istituto Francese della Moda), il 29 novembre scorso, ha fornito alcune risposte.


Un mall di Hong Kong a dicembre 2011 - Mike Clarke/AFP

"Lo scenario più probabile è quello in cui riusciamo ad attraversare la tempesta conservando l’euro pagando però il prezzo di una fortissima recessione", per l'economista Daniel Cohen. In mezzo a tutto questo, la domanda asiatica determinerà il cambiamento di questo dato. "In Cina, i consumi per ora rappresentano solo il 30% del PIL, contro il 70% da noi. E' dunque logico che ci siano delle tensioni sulle materie prime, cosa che non era visibile negli anni '90".

Consumi che si spostano dall'Occidente verso l'Asia

Per Gildas Minvielle, la Cina è chiaramente il motore economico dei prossimi anni. "Abbiamo assistito a un ultimo ventennio che ha portato a uno spostamento del centro manifatturiero globale da Europa e America verso la Cina", riassume il responsabile dell’Osservatorio economico dell’IFM. "Nei prossimi cinque anni assisteremo allo stesso fenomeno, ma per i consumi". Un'evoluzione dovuta in particolare a un riorientamento della politica economica cinese, che ha provocato il recente incremento degli stipendi.

A fronte dell'impennata dei prezzi delle materie prime, il 58% del panel dell’IFM afferma di aver diminuito i propri approvvigionamenti in Cina. "Ma questo non significa che la Cina voglia disimpegnarsi dal suo settore tessile", avvisa Gildas Minvielle. In dieci anni, il Paese ha concentrato il 54,8% degli investimenti mondiali negli strumenti per la filatura, e il 68,9% negli strumenti per la tessitura. Macchinari le cui produzioni hanno semplicemente cambiato target. Nel 2010, la Cina destinava quindi l'81% della sua produzione di tessile-abbigliamento al proprio mercato interno, contro il 67% nel 2009.

L’immagine della Francia, sorgente del lusso ancora per 20 anni

Per il sinologo Jean-Luc Domenach, due fattori spiegano questa transizione da economia d'esportazione a economia di consumo. "La Cina ha preso coscienza dei pericoli della sua troppo grande dipendenza dalle esportazioni verso l'America, un mercato in piena contrazione", spiega. "Sul versante dei consumi, c'è una crescente aspirazione al tempo libero e alla proprietà di beni materiali. La pensione e la giovinezza diventano veri tempi di vita reale e vissuta, che in futuro ridurranno la quota di persone attive [sul mondo del lavoro]".

L’apparente stabilità dell'economia cinese sarebbe inoltre da prendere con le molle. "Con queste dimensioni, se tutto funziona, funziona molto bene", puntualizza il sinologo. "Però, quando 1,3 miliardi di persone dicono che qualcosa non va, vuol dire che le cose vanno molto male". E inoltre, i cinesi si trovano ancora immersi in una sorta di trauma post-maoista che, per il momento, li spinge a lavorare "senza mettere in discussione un potere che non amano", secondo Jean-Luc Domenach.

Ma mentre attende la totale metamorfosi della Cina, l’Europa ha effettivamente una carta da giocare. "I Cinesi fanno fatica a concepire la felicità, il piacere”, secondo il sinologo, "ma sono pronti a pensare di trovarlo all'estero. Così, la Francia ha un'immagine molto romantica. Si tratta della molla che sostiene il mercato del lusso e che ci darà 15-20 anni di vantaggio prima che tutto sia imitato sul posto". "Ma questa apertura sarà difficile per il regime", avverte Domenach, "perché usa degli elementi stranieri per far dimenticare i suoi complessi e i suoi difetti".

Matthieu Guinebault (Versione italiana di Gianluca Bolelli)

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