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Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
21 apr 2020
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H&M e C&A in cima al nuovo “Fashion Transparency Index”, Gucci primo marchio di lusso

Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
21 apr 2020

L’ultimo “Fashion Transparency Index” realizzato da Fashion Revolution mostra che i marchi più di tendenza sono “all'avanguardia nella trasparenza” tra i 250 marchi e distributori di moda più grandi al mondo. Ma anche che questi brand devono fare di più, sia in generale che nell’ambito della crisi legata al virus Covid-19.

H&M è in testa al "Fashion Transparency Index 2020" - H&M/GMB Akash


La classifica annuale di Fashion Revolution mostra H&M come il marchio con il punteggio più alto, con una percentuale del 73%, su 250 punti possibili, “in quanto pubblica informazioni dettagliate sulla propria catena di approvvigionamento e il suo approccio a una serie di questioni sociali e ambientali”.
 
Gucci è il marchio di lusso con il punteggio più alto, il 48%, in crescita sul 40% del 2019. Il marchio italiano è anche l’unico ad ottenere il 100% nella sezione Politiche e Impegni, mentre gli altri brand del gruppo Kering si posizionano appena dietro Gucci.

Questo è stato il primo anno dal lancio del Index in cui alcuni marchi hanno ottenuto una percentuale del 70% o superiore, anche se molto pochi hanno raggiunto quel livello.
 
Dopo H&M, C&A arriva secondo con il 70%, seguito da Adidas e Reebok al 69%, Esprit col 64% (dimostrando che i problemi commerciali che ha avuto non intaccano la sua attenzione alla trasparenza), Patagonia col 60% e la catena britannica Marks & Spencer al 60%, un'altra società che evidenzia come le difficoltà incontrate nell’attività non debbano necessariamente annullare gli impegni per la trasparenza.
 
I marchi con il punteggio più basso, lo 0%, sono Bally, Max Mara, Pepe Jeans, Tom Ford, Elie Tahari, Jessica Simpson, Mexx e i cinesi Belle, Heilan Home e Youngor. 
 
Fashion Revolution ha monitorato i principali marchi e confrontato le loro prestazioni rispetto a cinque aree chiave dal 2016. L’indice 2020 comprende anche indicatori che coprono una vasta gamma di argomenti quali benessere degli animali, biodiversità, sostanze chimiche, clima, due diligence, lavoro forzato, libertà di associazione, uguaglianza di genere, salari di sussistenza, pratiche di acquisto, divulgazione dei fornitori, rifiuti e riciclaggio e condizioni di lavoro.
 
E l’ultima edizione dell’Index ha aggiunto altri 50 marchi e retailer, alcuni dei quali hanno registrato punteggi piuttosto bassi. Tra questi lo statunitense Fashion Nova (punteggio finale 2%), l’indiano Koovs (2%) e il britannico PrettyLittleThing (9%). 
 
Ma anche se molti punteggi sono stati bassi e il punteggio medio tra i 250 marchi recensiti quest'anno è ancora solo del 23%, esso è aumentato di 2 punti percentuali rispetto al 2019. Tra i 98 marchi recensiti ogni anno negli ultimi quattro anni, c'è stato un aumento di 12 punti percentuali nei loro punteggi medi.
 
Tra i marchi maggiormente progrediti quest'anno c’è Monsoon, il cui punteggio è aumentato di 23 punti percentuali, Ermenegildo Zegna (+22 punti), Sainsbury’s (+19), Dressmann (+17) e Asics, Urban Outfitters ed Anthropologie, tutti su di 15 punti percentuali.
 
Il nuovo indice ha anche mostrato che Ermenegildo Zegna è diventato il primo marchio di lusso a pubblicare un elenco dettagliato dei suoi fornitori e, nel complesso, il 40% dei marchi pubblica un elenco dei propri produttori di primo livello, rispetto al 35% nel 2019. Solo il 7% indica alcuni dei loro fornitori di materie prime, rispetto al 5% dell'anno scorso.

Infine, l'index 2020 mostra che solo il 6% dei marchi paga i fornitori entro un massimo di 60 giorni e solo il 2% pubblica la percentuale di ordini pagati puntualmente ai fornitori, secondo i termini concordati.

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