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Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
30 giu 2020
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Gucci ridimensiona drasticamente la sua rete di rivenditori

Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
30 giu 2020

“Non avremo paura di interrompere le nostre attività con alcuni clienti multimarca, se sarà necessario”, aveva avvertito lo scorso aprile il direttore finanziario di Kering Jean-Marc Duplaix, in occasione della pubblicazione dei risultati trimestrali. Per quanto riguarda Gucci, locomotiva trainante del gruppo francese del lusso, il minimo che si possa dire è che la firma fiorentina sembra aver usato una sciabola per affrontare la revisione della sua rete di vendita all'ingrosso. Secondo le rivelazioni di fashionmagazine.it, quest'ultima sarebbe stata ridotta del 70% in Italia.

Gucci metterà al primo posto le sue boutique di proprietà - gucci.com


Per il sito italiano, il numero di partner indiretti del marchio principale del gruppo transalpino dovrebbe crollare da 110 a 38 nello Stivale a partire dalla prossima stagione. Contattato da FashionNetwork.com, Gucci ha preferito non commentare.
 
Questa strategia, che punta a rafforzare ulteriormente la rete di vendita diretta, la quale rappresenta già l’85% delle vendite totali del marchio, non costituisce una sorpresa, perché era già stata annunciata dal CEO Marco Bizzarri.

Con la pandemia di Covid-19 che ha indebolito soprattutto i retailer, il processo sembra aver subito un’accelerazione, come aveva sottolineato a tale proposito Jean-Marc Duplaix due mesi fa. “Per Gucci è un’opportunità per riconsiderare la propria distribuzione, in un momento in cui l'esclusività sarà ancora più essenziale di prima. La priorità della casa di moda era stata enunciata molto chiaramente da Marco Bizzarri qualche anno fa: la necessità è di aumentare la percentuale della distribuzione al dettaglio e di spingere il retail online”.
 
“Dovrebbe esserci una revisione completa delle partnership stabilite con il marchio e potete aspettarvi un calo delle vendite di Gucci nel 2020”, aveva proseguito il direttore finanziario.
 
La quota di vendite wholesale rappresenta attualmente il 15% per il marchio italiano, come per Hermès. Questa percentuale è del 12% per Valentino, del 18% per Prada, Miu Miu e Bottega Veneta, del 20% per Burberry, del 32% per Celine e Givenchy e raggiunge fino al 70% per Armani, secondo dati pubblicati dagli analisti di Bernstein. Solamente le griffe Louis Vuitton, Tiffany e Chanel dispongono di una distribuzione al 100% retail.
 
L’obiettivo è sopprimere gli intermediari. In particolare, Prada, Burberry e Moncler hanno intrapreso questo percorso l'anno scorso. “La tendenza a rafforzare il retail è un movimento di fondo. È un modello di vendita più robusto del wholesale, e consente di essere più vicini ai propri clienti e più redditizi”, sottolinea Jean Révis, consulente nel settore del lusso.
 
“L'Europa è la regione del mondo che risentirà maggiormente dell'attuazione di questa strategia”, rileva Delphine Vitry, che ha cofondato con Jean Révis lo studio di consulenze MAD Network, specializzato nell’esperienza cliente e nel retail. “Con il crollo del turismo, il mercato del lusso sarà colpito con durezza in Europa, ed è tutta la rete vendita, compresi i negozi monomarca, i quali sono condizionati da affitti molto alti, che rischia di essere profondamente ristrutturata”, conclude.

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