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Golden Goose, Piquadro e Stone Island: i segreti del loro successo

Pubblicato il
today 14 feb 2019
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Nell’ambito del 1° Fashion Annual Talk organizzato da Mediobanca il 13 febbraio, tre imprenditori, alla guida di altrettante aziende di successo del fashion system italiano, hanno raccontato la loro esperienza nel corso di una tavola rotonda moderata dalla giornalista del Sole 24 Ore Giulia Crivelli. I nomi, ben noti agli operatori del settore: Silvio Campara, AD di Golden Goose; Marco Palmieri, Presidente e AD di Piquadro; e Carlo Rivetti, alla guida di Sportswear Company, azienda a cui fa capo il marchio Stone Island.

Da sinistra, la moderatrice della tavola rotonda Giulia Crivelli, Rivetti, Palmieri e Campara

 
“Stone Island è nato nel 1982 dall’idea di utilizzare il tessuto usato per i teloni dei camion per creare un capospalla”, ha raccontato Rivetti alla folta platea del convegno. “Forse il nostro segreto è quello di non seguire la moda, ma cercare di anticipare i bisogni futuri. Senza cambiare il nostro modo di fare, riusciamo a parlare ai consumatori il tutto il mondo; quando lanciamo delle novità sul sito, la risposta dei nostri clienti è davvero incredibile”.
 
L’azienda è controllata per il 30% dal fondo sovrano di Singapore, Temasek, ma è ancora saldamente nelle mani della Famiglia Rivetti, che nel 1993 ha acquisito il 100% della controllante di Stone Island (C.P. Company, poi rinominata Sportswear Company). A tal proposito, Rivetti ha commentato: “Abbiamo accolto la proposta del fondo perché ci siamo subito trovati bene, hanno avuto un approccio elegante e non volevano la maggioranza. Devo dire che sono di grande aiuto”.

Tra gli aspetti più importanti per il successo di un’azienda di moda, Rivetti ha evidenziato le persone che vi lavorano e l’integrazione della filiera: “Noi ad esempio abbiamo acquisito il controllo di un laboratorio di Mirandola che produceva il 98% delle nostre maglie, portandoci questa expertise in casa; stessa cosa abbiamo fatto per la tintoria”. Stone Island, che per il 2018 dovrebbe sfiorare un fatturato di 200 milioni di euro, aprirà la prossima primavera un flagship store in centro a Milano.
 
Per Campara di Golden Goose, uno dei segreti del successo dell’azienda è il legame con il suo territorio, in questo caso il Veneto: “Abbiamo saputo coniugare il saper fare degli artigiani del nostro territorio con uno spirito internazionale e con la capacità di parlare ai clienti nelle diverse aree geografiche. Queste realtà, spesso di piccolissime dimensioni, vanno supportate anche finanziariamente e ad approcciarsi al mondo bancario. Inoltre, bisogna raccontare questa manualità e artigianalità in tutto il mondo: per far questo noi abbiamo creato un atelier dove i nostri clienti possono venire a vedere con i loro occhi come si realizza una nostra sneaker, lavoro che richiede circa 8 ore per scarpa contro le 2/3 ore impiegate normalmente. Bisogna seminare la cultura del marchio e creare valore, non basta fare fatturato”.
 
Golden Goose, fondato nel 2001 dai designer veneziani Francesca Rinaldo e Alessandro Gallo e acquisito nel 2017 da Carlyle Group, ha chiuso il 2018 con un fatturato di 186 milioni di euro, in crescita del 30% per il quinto anno consecutivo, realizzato per l’80% all’estero. L’obiettivo al 2022 è di 500 milioni di euro.
 
Anche per Palmieri di Piquadro, è fondamentale essere capaci di raccontare l’identità di un marchio anche all’estero. Tra le strategie di crescita della società, negli ultimi anni, le acquisizioni: “A un certo punto della nostra storia, la parte industriale era diventata un po’ ridondante. Abbiamo quindi deciso di acquisire un marchio dalla solida identità come The Bridge, che realizzava il 50% del proprio fatturato utilizzando lo stesso materiale nello stesso colore, ed è andata subito molto bene. A quel punto abbiamo avuto a disposizione una fantastica piattaforma produttiva in Toscana e abbiamo quindi cercato di individuare all’interno dei grandi gruppi del lusso un brand che non fosse in grado di esprimere appieno il proprio potenziale, magari proprio per la mancanza di una struttura industriale. È arrivata così l’acquisizione di Lancel dal gruppo svizzero Richemont”. Per gestire le tre griffe, la società ha creato una struttura corporate per coordinarli, pur mantenendo ciascuno la propria identità, non solo a livello di prodotto, ma anche di distribuzione, comunicazione, ecc.
 
Secondo Palmieri, se negli anni ’80 il “re” di un brand era lo stilista, in futuro lo diventerà il CRM, la piattaforma di relazione con il cliente, che dovrà essere posto sempre più al centro dell’azienda. Inoltre, i due momenti di contatto diretto con la clientela, il retail e l’e-commerce, devono essere considerati come un’unica entità e gestiti dalle stesse persone per ottenere i risultati migliori.
 
Il gruppo bolognese ha chiuso i primi 9 mesi del fiscal year 2019 con una crescita record dei ricavi consolidati a quota 107,3 milioni di euro (+50,5%), dovuta soprattutto all’introduzione di Lancel nel perimetro di consolidamento, che ha registrato vendite per 32,2 milioni di euro, con un contributo alla crescita pari a circa il 45,1%. The Bridge, a sua volta, è progredito del 13,8% a 20,5 milioni di euro, mentre il fatturato del marchio Piquadro si è attestato a 54,6 milioni di euro (+2,5%).

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