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29 apr 2020
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Fondazione Prada piange la scomparsa di Germano Celant

Di
Ansa
Pubblicato il
29 apr 2020

"Siamo molto addolorati per la perdita di un amico e compagno di viaggio. Germano Celant è stato una delle figure centrali di quel processo di apprendimento e ricerca che l'arte ha rappresentato per noi fin dall'inizio della fondazione". Così i Presidenti di Fondazione Prada, Patrizio Bertelli e Miuccia Prada, ricordano lo storico, critico e teorico dell'arte scomparso il 29 aprile a Milano.

Germano Celant


Celant, ricoverato al San Raffaele, era stato a lungo in rianimazione. Proprio al rientro a Milano, erano apparsi i primi sintomi di Covid. È stato dal 1995 al 2014 Direttore artistico e dal 2015 Soprintendente artistico e scientifico di Fondazione Prada, per la quale ha concepito e curato più di quaranta progetti espositivi, dalla personale di Michael Heizer nel 1996 alla retrospettiva dedicata a Jannis Kounellis nel 2019.

"Le tante esperienze e gli intensi scambi che abbiamo condiviso con lui in questi anni”, dicono ancora Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, “hanno contribuito a farci ripensare il significato della cultura nel nostro presente. La curiosità intellettuale, il rispetto per il lavoro degli artisti, la serietà della sua pratica curatoriale sono insegnamenti che riteniamo essenziali per noi e le generazioni più giovani".

"Il Consiglio di Amministrazione, lo staff e tutti i collaboratori della fondazione, profondamente scossi”, si chiude la nota della Fondazione, “si uniscono al ricordo dei Presidenti e sono vicini alla famiglia".

Nato a Genova nel 1940, Celant vantava una carriera eccezionale, partita dalla città che gli aveva dato i natali e poi srotolata nel mondo, dalle prime importanti esperienze nella Torino degli anni Sessanta all'America, che era diventata un po' la sua patria insieme a Milano, alle mostre curate in tutti i musei più importanti del mondo dal Guggenheim di New York al Beaubourg di Parigi, la Biennale di Venezia.

Inventore dell'arte povera, aveva studiato arte e letteratura, a dispetto del padre che lo sognava ingegnere. Diventò così il padre di un movimento artistico che rifiutando l'arte patinata di quegli anni arricchiti dal boom economico e in generale i valori culturali legati ad una società organizzata e tecnologicamente avanzata, mirava al recupero dell'azione, del contingente, dell'archetipo come sola possibilità dell'arte.

Autorevole e istrionico, sempre vestito di nero, una grande chioma argentea ad incorniciare il volto fino all'ultimo giovanile, i giubbotti di pelle che ne tradivano l'amore per il rock e per la cultura americana, Celant in realtà rifiutava la definizione di "padre dell'arte povera". "Non ho inventato niente”, spiegava in una intervista del 2017, “arte povera è una espressione così ampia da non significare nulla”.

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