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Fashion Reboot: la filiera moda è costretta ad abbracciare una serie di svolte e cambiamenti

Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
today 30 nov 2019
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L’Institut Français de la Mode (Istituto Francese della Moda-IFM) ha organizzato il 27 novembre a Parigi la prima giornata di incontri Fashion Reboot, reinvenzione delle sue precedenti giornate dedicate alle prospettive annuali. Una trasformazione che coincide coi numerosi sconvolgimenti di mercato sperimentati dal settore dell'abbigliamento, evoluzioni che hanno segnato questo giorno di conferenze, che hanno attratto quasi 400 professionisti.

MG/FNW


La giornata è stata ricca di insegnamenti ed è stata aperta dal direttore generale dell'IFM, Xavier Romatet, che ha insistito sull'importanza di edificare una grande scuola di moda parigina. L’attuale istituto della moda di Francia è infatti una fusione dell'IFM, scuola di business specializzata fondata da Pierre Bergé nel 1986, e dell’École de la Chambre Syndicale de la Couture Parisienne (ECSCP), scuola superiore fondata nel 1927, maggiormente focalizzata sull'aspetto tecnico della creazione, dall’alta moda ai patrocini. Ma risulterebbe piuttosto difficile indicare un solo stilista di vero valore laureatosi in questa scuola nell’ultimo decennio. E nessuna scuola di moda parigina, nemmeno l’Esmod, può oggi vantare un peso reale nelle classifiche internazionali. Una lacuna enorme, considerando l’enorme numero di marchi che hanno sede nella capitale francese.
 
Le proiezioni di mercato dell'Osservatorio Economico dell'IFM puntano su una diminuzione dell’1% delle vendite di articoli di moda nell’esercizio in corso, e su un calo minore, dello 0,8%, nel 2020.

Gildas Minvielle, direttore dell’Osservatorio, indica una svolta evidente e senza precedenti: il destino delle catene di fascia media, precedentemente dominanti, che hanno raggiunto l'apice del loro sviluppo nel 2015, che ora soffrono più delle insegne che hanno altri posizionamenti: entry level, alta gamma o premium. Fatto confermato da Christophe Cuvillier, presidente del costruttore di centri commerciali Unibail-Rodamco-Westfield. Per lui gli outlet si stanno trasformando: la moda sta diminuendo nel loro mix commerciale rispetto a ristorazione e tempo libero.

Xavier Romatet - Foto: Sacha Heron


Seconda svolta evidente è nel sourcing: il 37% dei brand vogliono ridurre i volumi di approvvigionamento, mentre altrettanti vogliono mantenerli. Un’evoluzione improvvisa rispetto agli anni precedenti, spiegata anche dal desiderio di gestire in modo pragmatico le scorte e dalle intenzioni eco-responsabili delle aziende.
 
Il punto porta diretto al terzo grande cambiamento richiamato durante l’incontro. Thomas Delattre, professore dell'IFM, si è concentrato sulla moda sostenibile. Nonostante le tante aspettative dei consumatori, solo l’8% dei marchi hanno posto l'eco-responsabilità come priorità per il 2019; ma un anno dopo ecco la svolta: il 26% di esse ne fa una priorità per il 2020. “È un cambiamento in termini di offerta”, per Thomas Delattre.
 
Cambiamento di cui è stata testimone Rym Trabelsi, cofondatrice della app Clear Fashion (25.000 utilizzatori), che consente di controllare l'eco-responsabilità di marchi e prodotti. “Senza i dati forniti dai marchi stessi, non potrebbe funzionare. Ci sono delle aziende che ci hanno creduto e hanno collaborato con noi sin dal lancio del progetto due anni fa”, spiega la responsabile.
 
Un’accessibilità crescente ai dati che si gioca anche a livello di marchi. “Siamo in grado di tracciare l'origine di tutte le nostre materie prime, ma sappiamo che dobbiamo andare oltre, ad esempio dettagliare il bilancio della carbon footprint”, spiega Sylvie Philippon, direttrice dei sistemi imformativi di Christian Dior Couture, per la quale l'e-commerce ha soprattutto avuto l'effetto di spingere i marchi a mettere ordine nei loro big data.

I dirigenti di Croce Rossa, Vestiaire Collective e LeBonCoin hanno dibattuto a proposito del mercato dei prodotti di seconda mano - MG/FNW


La tracciabilità è essenziale, ma non è così che Kiabi ha iniziato la sua svolta eco-responsabile. “Il tema sono i materiali e i loro utilizzi”, afferma Bruno Resseguier, direttore dello sviluppo sostenibile del distributore del nord della Francia. “Per noi, l’eco-responsabilità non è ‘Come pensare il mio business', ma ‘Come ripensare il mio business'”. Il manager ha insistito sulla didattica, interna alle aziende e presso la clientela.
 
Ma c’è un’altra svolta che è emersa: l’impennata della moda di seconda mano. L'IFM ha indicato che già 4 francesi su 10 hanno comprato prodotti d’abbigliamento d’occasione. Per la cofondatrice di Vestiaire Collective, Sophie Hersan, che cita uno studio dedicato ai prodotti di lusso usati, il mercato della moda d’occasione è maturo da tre anni. “Quello che era stato giudicato un mercato parallelo ora è visto come complementare”, per la dirigente, che ricorda come il 65% della loro offerta non sia stato mai indossato, o lo è stato poco. Questa percentuale è più vicina al 25% da Vide Dressing, meno posizionato sull’alto di gamma, e comprato l’anno scorso da LeBonCoin.
 
Intanto, il direttore generale di LeBonCoin, Antoine Jouteau, si è concesso una piccola osservazione in merito a Vinted, il portale lituano già presente in 11 nazioni con 25 milioni di iscritti e leader del settore. “Trovo che incoraggino molto di più la fast fashion di quanto vogliano ammettere, con una comunicazione che incita a una bulimia di acquisti”. Consumi enormi, di cui l'amministratore nazionale della Croce Rossa francese, Jacques Grimont, ha visto l’impatto nelle raccolte. “Fra il 2000 e il 2015, i francesi hanno comprato sempre di più e indossato di meno”, ha detto il funzionario.
 
Tra le svolte che l’universo della moda in questa fase storica è costretto ad abbracciare non potevano mancare i DNVB (digital native vertical brands). Il co-fondatore del fondo Experienced Capital, Frédéric Biousse, ha fornito la sua analisi di questa generazione di marchi, che per lui sono l’impersonificazione dello Zeitgeist (lo spirito dell’epoca, ndr.), capaci di rispondere alle richieste dei nostri tempi, di trasformare il punto vendita in un luogo di vita e il marchio un “amico”. “Sono entrati nel mercato in modo perpendicolare, come macchinine che corrono a fianco di un enorme autobus della società LVMH”, spiega. Come impedire allora il ribaltamento del bus? “Con l'acquisto di Tiffany, ad esempio, decisione di rara intelligenza”, risponde il dirigente.

Un momento dell'intervento di Loïc Prigent - MG/FNW


È stato senza dubbio memorabile l'intervento del giornalista Loïc Prigent, che ha commentato i suoi momenti preferiti delle Fashion Week. Col suo abituale tono eccentrico, l'autoproclamatosi “sfilatologo” ha fatto sorridere i presenti ricordando la sfrenata abbondanza di mezzi impiegati dalle grandi sfilate (un profluvio quasi eccessivo, arrivato fino ad offrire del burro griffato Dior). Il cronista ha, a sua volta, fornito la propria visione di una svolta che attende le passerelle. “Dopo il ritorno della diversità etnica, che era scomparsa in assenza di Rykiel e Saint Laurent, penso che si vedrà più diversità morfologica sui catwalks”, sostiene l’esperto. 
 
Come abbiamo visto sono tanti e vari i punti di svolta che sta affrontando il comparto, eppure ce n’è uno che continua a farsi attendere: la fine dell'egemonia delle promozioni. In un periodo di Black Friday, mutatosi in Black Week, l'IFM indica che le vendite a prezzi stracciati hanno nuovamente rappresentato il 50% delle vendite di prodotti moda nel 2019. Con tutto ciò che questo fenomeno porta con sé in termini di margini.

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