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AFP
Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
3 dic 2020
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4 minuti
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Falliscono anche Debenhams e Bonmarché. I distributori britannici di fronte a una crisi storica

Di
AFP
Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
3 dic 2020

Travolti da Internet e sopraffatti dalla pandemia, i negozi fisici nel Regno Unito stanno attraversando una crisi storica, al prezzo di fallimenti a cascata e di un cambiamento della fisionomia dei centri cittadini.

Un negozio Debenhams a Manchester il 2 dicembre - AFP


I grandi magazzini, con la scomparsa della storica catena Debenhams, e l’abbigliamento, con la caduta di Topshop, sono gli ultimi esempi questa settimana di questi sconvolgimenti, che interessano decine di migliaia di posti di lavoro.
 
Il Regno Unito è storicamente un Paese in cui abbondano gli imperi economici, in forte e costante competizione tra loro.

I marchi di abbigliamento sono molto numerosi e il loro destino è spesso legato alle catene di grandi magazzini, i cui imponenti edifici sono destinazioni fondamentali delle vie dello shopping.
 
Bisogna tornare indietro alla fine del XVIII secolo per trovare le origini di Debenhams, che ha iniziato il processo di liquidazione questa settimana. Il più grande e più antico department store del Regno Unito verrà liquidato dopo il nulla di fatto delle ultime trattative di salvataggio. I suoi 124 negozi chiuderanno e di conseguenza 12.000 posti di lavoro dovrebbero essere perduti, a meno che gli amministratori fallimentari non riescano a concludere accordi per vendere parti dell'azienda, durante lo svolgimento della procedura di liquidazione.
 
La società è entrata in amministrazione per la seconda volta durante il lockdown primaverile e, nonostante abbia affermato che stava vendendo molto bene quando i negozi hanno riaperto, i successivi confinamenti le hanno inferto un colpo mortale. L'ultimo offerente rimasto, JD Sports, si è allontanato da Debenhams senza che fosse stato concluso alcun accordo. L'amministrazione Arcadia ha reso Debenhams molto meno attraente, dato che Arcadia è il più grande concessionario della catena. Le prospettive per Arcadia sono che il gruppo verrà sciolto e se i marchi alla fine diventeranno di proprietà di rivenditori online, ciò significherebbe molto probabilmente che si ritirerebbero dalle concessioni nei grandi magazzini.
 
Questo modello di negozio non è più al passo coi tempi, come hanno dimostrato i clamorosi fallimenti di BHS e House of Fraser, quest’ultimo comprato dal miliardario Mike Ashley che lo ha ribattezzato Frasers Group.
 
“Frasers Group e Marks & Spencer potrebbero essere le ultime grandi catene di grandi magazzini a restare in piedi nei centri urbani”, rileva Susannah Streeter, analista presso Hargreaves Lansdown.
 
Le battute d'arresto di queste attività spesso iniziano con una gestione rischiosa da parte dei proprietari, attratti dalla corsa al profitto. Il gruppo Arcadia, che ancora pochi anni fa brillava nel firmamento del settore grazie alla reputazione del suo marchio di prêt-à-porter Topshop, ha sofferto di sottoinvestimenti cronici.
 
I marchi si sono allontanati dai clienti e hanno mancato il passaggio al digitale. Il proprietario di Arcadia, il controverso uomo d’affari Philip Green, ha preferito per molto tempo prelevare generosi dividendi tenendoli per sé e così finanziare il suo stile di vita da nababbo.

Topshop


Alcune insegne hanno aperto negozi senza sosta, come Debenhams dopo l’ingresso in Borsa nel 2006, fatto che si è rivoltato contro di loro quando le presenze fisiche di clienti in store sono diminuite e gli affitti sono diventati troppo alti.
 
I department store classici sono stati poi superati in velocità dagli acquisti su Internet, con l'ascesa di marchi specializzati nella vendita di abbigliamento online come Boohoo.
 
Ironia della sorte, mercoledì il sito Web di Debenhams ha riscontrato problemi tecnici a causa dell’enorme afflusso di clienti in cerca di occasioni per lo smaltimento delle scorte.
 
Debenhams, Arcadia, il ramo britannico del marchio di biancheria intima Victoria's Secret, la catena di vestiti e articoli per la casa Laura Ashley o quelle di abbigliamento Peacocks, Jaeger, Oasis e Warehouse, sono andate progressivamente ad ingrossare la lunga lista delle vittime.
 
Ultima catena in ordine di tempo, Bonmarché, azienda fondata nel 1982 e specializzata nell’abbigliamento femminile, mercoledì mattina ha a sua volta portato i libri in tribunale. Con il suo collasso, diventano a rischio ben 1.500 posti di lavoro, mentre l’attività proseguirà sotto la direzione dei liquidatori che esploreranno un possibile acquisto. La società, coi suoi 225 negozi, era da poco tempo ri-controllata dal magnate Philip Day, che in un mese ha visto fallire anche le altre sue aziende Edinburgh Woolen Mill, Peacocks e Jaeger.
 
Questi marchi, già indeboliti, non sono riusciti a riprendersi dalla chiusura forzata di attività non essenziali durante il lockdown primaverile a fronte della crisi sanitaria.
 
Per Gordon Fletcher, Professore presso la University of Salford School of Business, bisogna aspettarsi altri fallimenti dopo Natale, un momento cruciale per le imprese.
 
Secondo dati del Centre for Retail Research, il commercio britannico ha perso 158.000 posti di lavoro dall'inizio dell'anno, senza contare i fallimenti di questa settimana.

La cliente tipo di Bonmarché è una signora di 50 anni e oltre attenta ai prezzi - Bonmarché


Mentre le principali vie dello shopping di Londra, come Oxford Street, dovrebbero rimanere luoghi attraenti per i turisti, potrebbe non essere così in molte altre città meno estese o turistiche, dove le vie dello shopping vengono gradualmente sempre più sfigurate da serrande definitivamente abbassate e locali vacanti.
 
“Faremo tutto il possibile per rilanciare i centri urbani di questo Paese”, in particolare con l’implementazione di un fondo dedicato dell’entità di un miliardo di sterline, ha promesso mercoledì alla Camera dei Comuni il primo ministro Boris Johnson.
 
Alcuni comuni inglesi stanno cercando di costruire nei centri delle città alloggi o aree ricreative. Gordon Fletcher, prefigura la possibilità di aprire i grandi magazzini a marchi più locali.
 
Secondo lui: “La speranza più grande risiede nell'uso dei centri urbani per qualcosa di diverso dal commercio. Ci sono già alcuni palazzetti dello sport che hanno sostituito dei distributori, ma si può andare molto oltre”.

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