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Engel & Volkers: il retail in Italia abbattuto dal coronavirus

Pubblicato il
10 lug 2020
Tempo di lettura
3 minuti
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Un punto vendita su tre in Italia non ha ancora riaperto dopo il lockdown, ma il dato più preoccupante è che la metà di questi dichiara che ha cessato definitivamente l’attività, mentre 3 su 5 di essi si sono messi in cerca di locali più piccoli, ostacolati dai canoni d’affitto o da protocolli inapplicabili o troppo costosi. L’80% di essi prevede un calo di fatturato.

Engel & Völkers


Questo è quanto emerge da una ricerca condotta da Engel & Völkers Commercial Milano con Rödl & Partner (colosso internazionale della consulenza legale e fiscale presente in 49 Paesi nel mondo tra cui l’Italia) su un campione di 6.600 esercenti su base nazionale, nel periodo 16-18 giugno 2020.
 
Le previsioni sull’andamento commerciale degli esercenti di negozi al dettaglio sono pessimistiche: il 29% degli intervistati si aspetta un calo del fatturato superiore al 40% e il 43% dei retailer si attende invece un fatturato negativo tra il 20% e il 40%. C’è comunque un 14% dei rispondenti che osserva un trend positivo della propria attività.

Ma soprattutto, alla domanda “A seguito della fine del lockdown avete riaperto la vostra attività?” il 14% degli intervistati dell’indagine di Engel & Völkers e Rödl & Partner dichiara di aver chiuso definitivamente, mentre un altro 14% afferma di non aver ancora riaperto, “perché è troppo costoso tenere riaperta l’attività con le attuali nuove regole”. Il 49% afferma invece di “aver riaperto ma con personale ridotto” e infine il 29% conferma di essere “regolarmente operativo”.
 
“Una delle grandi conseguenze che l’emergenza sanitaria e la successiva emanazione di norme volte alla tutela della salute pubblica ha portato con sé riguarda proprio la fisicità delle attività commerciali”, commenta Gianluca Sinisi, Licence Partner di Engel & Völkers Commercial Milano e Lombardia. “Il 72% degli operatori che ha risposto alla nostra indagine ritiene che per futuri piani di espansione cercherà location con una superficie minore, risposta forse figlia di minore disponibilità economiche e di una maggiore integrazione con l’e-commerce”. 
 
Il 16% ammette infatti che il punto fisico non potrà più camminare solo su proprie gambe ma dovrà necessariamente essere supportato dall’online. Solo il restante 12% degli intervistati asserisce che invece il punto vendita rimarrà lo stesso. 
 
Nelle risposte degli operatori del retail, i costi relativi al punto vendita sono un elemento di criticità in termini di sostenibilità futura dell’esercizio, con il 44% degli intervistati (ma un altro 44% ci sta pensando o deve ancora decidere) che ha chiesto una riduzione o uno slittamento del canone di locazione. Il 29% non li ha però ottenuti.
 
Il fatto che la ricerca sia stata realizzata congiuntamente con gli esperti legali di Rödl & Partner ha permesso di poter apprezzare anche significativi cambiamenti nella gestione dei canoni locativi e dei pagamenti, con accordi privati fra le parti o richieste di slittamento/dilazione del canone. Secondo gli avvocati dello studio legale internazionale, infatti, sono in vista cambiamenti permanenti e nuove soluzioni anche nel mercato del Real Estate con destinazione retail.
 
Nello specifico il 43% ha espresso la “necessità di un canone più sostenibile”, il 32% domanda invece “maggiore flessibilità nella durata contrattuale” oppure, il 25% dei rispondenti, auspica una “maggiore libertà di uscita dal contratto”.
 
“A fronte di consistenti cali di fatturato e della mancanza di liquidità necessaria per far fronte alle spese, fra cui il canone di locazione degli immobili retail”, commenta l’avvocato Valeria Spagnoletti Zeuli, partner di Rödl & Partner, “i conduttori mostrano di essere alla ricerca di un accordo con i locatari che preveda nuove soluzioni, anche con nuove formule quali ad esempio, ove possibile, la compartecipazione agli utili nella quantificazione del canone, soluzione che nelle risposte all’indagine è essere gradita a circa il 70% degli intervistati”.
 
A tale proposito, il 29% degli intervistati si mostra interessato a una forma di compartecipazione nella quantificazione del canone con la parte preponderante in percentuale sul fatturato, mentre il 43% preferirebbe la parte preponderante del canone fissa ed una quota residuale in percentuale sul fatturato. Il 28% dei rispondenti afferma di non essere interessato a soluzioni di questo tipo. 

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