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Elvio Silvagni (Valleverde): “Aprano i negozi o sarà la fine”

Di
Ansa
Pubblicato il
1 mag 2020
Tempo di lettura
3 minuti
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"Il Governo deve capire che il commercio è fondamentale per la sopravvivenza stessa delle aziende della moda. Ci aspettavamo che dal 4 maggio potessero riaprire anche i negozi di abbigliamento e calzature. Il 18 maggio sarà troppo tardi per tutti. Non solo per i negozianti che non sanno come pagare affitti e tasse, ma anche per noi che abbiamo le merci da distribuire bloccate nei magazzini, di fatto invendute. Se non riaprono i negozi noi a chi vendiamo?". A lanciare un grido di allarme è Elvio Silvagni, proprietario del marchio di calzature Valleverde che, inoltre, dopo aver visionato il Dpcm del 26 aprile, ha preso carta e penna e ha scritto una lettera al premier Conte e al presidente Mattarella.


"Sono senza parole", dice al telefono all'ANSA svelando i contenuti della missiva. “Volendo sorvolare sull'intero contenuto del decreto, dal momento che sulle testate giornalistiche sono evidenti le numerose critiche che ha saputo attirarsi, preferisco concentrarmi sui settori abbigliamento, calzature. Tutti pensavamo che dal 4 maggio la Fase 2 avrebbe previsto anche la riapertura dei punti vendita al dettaglio. Non essendo stato così, gradiremmo ricevere una spiegazione dal Presidente del Consiglio e dagli esperti su come sia possibile concedere ai cittadini di recarsi nei supermercati, nei negozi di alimentari, librerie e cartolibrerie, seppure nelle condizioni di necessaria sicurezza, escludendo invece la medesima opportunità ai negozi di abbigliamento e calzature".

Silvagni, che con i marchi Valleverde e Raftin Goldstar fattura 40 milioni di euro l'anno, racconta che la gran parte dei clienti, quindi dei negozi dove distribuire le sue scarpe, è in Italia: "Ho una distribuzione in circa 1.500 negozi in Italia e in 500 store in Europa. I miei clienti non sanno come pagare affitti e tasse. Tanti non riapriranno più. Molti stanno annullando gli ordini. L'Italia non morirà di coronavirus ma di fame". E ancora: "Spostare di poche settimane non risolve nulla. Allora se parliamo di sicurezza, ritengo che tamponi e test dovrebbero essere fatti su tutta la popolazione e non solo su chi presenta sintomi, ma capisco che è una procedura al momento non attuabile. È ormai chiaro che una convivenza con il virus sia inevitabile fino all'arrivo di un vaccino, per cui ci sarà sempre il rischio di nuovi focolai su cui il servizio sanitario nazionale dovrà intervenire rapidamente. Noi non possiamo più aspettare".

"Se ci si interroga su quali siano i comportamenti più corretti da tenersi per il futuro, per rispondersi basterebbe guardare l'esempio che attualmente offre la Cina, ossia coloro che ci hanno regalato il virus”, aggiunge, “tutti girano con la mascherina e viene mantenuta costantemente la distanza di sicurezza fra le persone. Non ci sembrava necessario interpellare tanti virologi, che forse avrebbero dovuto invece intervenire tempestivamente sin dall'insorgere dell'epidemia, evitando di portare il nostro Paese ad essere il peggiore al mondo in termini di tasso di mortalità per Covid-19".

Infine, "ci stiamo convincendo che la nostra classe politica non abbia ben afferrato che imponendo una riapertura così avanzata porterà la nostra economia verso la distruzione di tanti settori importanti per l'industria e il commercio. Prevedendo l'inevitabile disastro che da questo ne deriverà per l'universo dei contratti di compravendita di merce, il Governo avrebbe dovuto intervenire con nuove normative per disciplinare le merci bloccate nei magazzini oppure dagli spedizionieri dal Dcpl di marzo e anche disciplinare il ritardo di consegna". "Sarebbe opportuno - conclude - che uno stimato avvocato e docente di diritto privato come il Presidente del Consiglio, con il suo team di esperti, considerasse questi temi".

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