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Dopo la crisi torna la scommessa sul polo del lusso italiano

Di
Adnkronos
Pubblicato il
24 giu 2020
Tempo di lettura
4 minuti
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Alla fine, la questione è sempre la stessa: fare sistema. Nel Made in Italy, la regola, che per molte realtà internazionali è sacra, non dovrebbe essere un'eccezione. E in un momento delicato come la crisi economica legata al Covid, pensare a una conglomerata del lusso che faccia da leva per la ripartenza è un mantra che in molti, tra gli addetti ai lavori, vanno ripetendosi nelle ultime settimane. Soprattutto se l'intento è quello di evitare un nuovo shopping straniero di quei brand che continuano a fare gola ai colossi internazionali del fashion. A rilanciare l'ipotesi, la settimana scorsa, è stato Carlo Mazzi, presidente del gruppo Prada, secondo il quale 'servono più aggregazioni tra aziende'.

Prada


Del resto, negli ultimi 20 anni, big player del settore, come LVMH e Kering, hanno fatto incetta di griffe italiane, arruolando nelle proprie scuderie etichette come Fendi, Berluti, Loro Piana, Bulgari, Emilio Pucci, Gucci, Bottega Veneta e Brioni, e in alcuni casi, come per la griffe della doppia G, rilanciandoli con risultati più che straordinari. Molto è stato venduto, è vero, ma nel Belpaese, gruppi come Prada, Dolce & Gabbana, Giorgio Armani, Ferragamo o Trussardi, restano saldi in mano ai fondatori o alle seconde e terze generazioni, nonostante i rumors li abbiano dati in passato come papabili all'espatrio.

In Italia, va ribadito, nessuno è riuscito ancora a inventarsi un polo del lusso in grado di gareggiare con i colossi francesi, nonostante le dimensioni raggiunte da molte aziende negli anni. Ecco che la crisi scatenata dal Coronavirus potrebbe fare da leva per tutta la filiera del Made in Italy, spingendola a fare sistema, creando quel polo italiano del lusso da molti invocato mai realmente realizzato.

Il Covid "porterà a delle aggregazioni e a dei cambiamenti”, spiega all'Adnkronos Raffaello Napoleone, amministratore delegato di Pitti Immagine. “Ci sarà bisogno di mettere insieme risorse e capacità, io vedo il futuro in positivo nell'ambito dell'oggettiva realtà del settore".

Pensare a un polo lusso come in Francia, però, è un altro paio di maniche. "Quelli francesi”, chiarisce Napoleone, “contrariamente a quello che sta accadendo in Italia, nascono da patrimoni costituiti sull'immobiliare, sulla distribuzione, wines and spirits. Poi hanno aggregato con la crescita anche la moda, che è un grande cavallo di battaglia. L'Italia, se si guarda al settore, ha delle realtà che sono nate nella moda e che nella moda si sono affermate ma non hanno grandi finanziamenti in altri settori industriali, questa è la differenza".

Quello che è interessante, per Napoleone, "e se ne parlerà in futuro”, assicura, “è che gli investimenti delle aziende straniere nel nostro Paese rafforzano e consolidano la struttura sul territorio. Penso in Toscana allo stabilimento di Celine, agli investimenti fatti a Scandicci o Santa Croce con le concerie. La realtà è che c'è un sistema comunitario europeo che funziona". Non teme un'ondata di acquisizioni post Covid, Napoleone. "Da parte nostra all'estero, perché no?”, fa notare. “Credo che stiamo soffrendo tutti, non so se l'estero farà shopping in Italia".

Certo è che creare un polo del lusso che inglobi i big del Made in Italy sarebbe impegnativo dal punto di vista finanziario: "Sono altri tipi di strategie, sono complementarità della finanza”, precisa Napoleone. “Alcune operazioni, spesso e volentieri, anche in passato non hanno funzionato quando si è andati a sovrapporsi sul tipo di posizionamento merceologico e di immagine. Vanno valutate le affinità e le identità delle singole parti". L'Italia, tuttavia, ha tutte le potenzialità per puntare a un polo nazionale: "La finanza è un argomento su cui si deve lavorare”, ammette Napoleone, “ma ora la stessa finanza mi pare sia impegnata su altre priorità".

Qualcuno è convinto che un ruolo strategico potrebbero giocarlo il patron di Diesel, Renzo Rosso, o Remo Ruffini, numero uno di Moncler. Il primo ha già nel portafoglio Margiela, Marni e Viktor&Rolf. Il secondo, invece, dopo i rumors, in seguito smentiti, secondo i quali avrebbe dovuto cedere alle lusinghe di Kering, continua a guadagnare consensi ed è un nome che tra gli addetti del settore continua a spuntare nel risiko del fashion come possibile aggregatore della moda tricolore.

In quest'ottica, anche il ritorno in Ferragamo in veste di vicepresidente esecutivo di Michele Norsa, già al vertice di Gruppo Valentino, Marzotto, Benetton Sportsystem Active, viene salutato positivamente da chi spera nella nascita di un conglomerato di aziende nel settore del lusso. A tenere le redini potrebbe essere Fsi, Fondo Strategico Italiano (lo stesso Norsa, che siede anche nei CdA di Missoni ed Ermenegildo Zegna Holditalia ed è vicepresidente di Biagiotti Group, ne è industrial partner, ndr) e che già in passato era finito sulla bocca di analisti e investitori come candidato ideale per riorganizzare il settore. Lo stesso AD di Fsi, Maurizio Tamagnini, sulle pagine di Corriere Economia qualche mese fa si era detto ''convinto'' di poter costruire un polo del lusso ispirandosi ''ai due grandi gruppi francesi'', LVMH e Kering.

E il "sogno" di creare un polo del lusso italiano stuzzica anche Giovanni Tamburi, che prima dell'inizio della pandemia, intervistato dal Corriere della sera aveva spiegato che "il sogno di un investitore che ama il made in Italy è quello di essere il motore di una grande aggregazione che veda al centro Giorgio Armani, un maestro per tutti. E possa coinvolgere altri grandi imprenditori come Renzo Rosso o la famiglia Prada-Bertelli. Noi siamo disponibili''. Va specificato, nessuna trattativa sarebbe in corso, ma le premesse per puntare a un polo del lusso nazionale, nonostante il peso economico del virus, sembrano esserci tutte.

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