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Design italiano: per il triennio 2020-2022 la parola chiave è “aggregazione”

Pubblicato il
today 11 apr 2019
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In occasione del Salone del Mobile 2019, EXS (società di executive search di Gi Group) ha chiesto ad alcuni Amministratori Delegati di aziende rappresentative del design italiano la loro opinione sugli sviluppi del comparto e sulle azioni necessarie per il triennio 2020-2022. I nomi: Eugenio Cecchin, AD di Ideal Standard Italia; Giovanni Del Vecchio, CEO di Giorgetti; Roberto Gavazzi, AD di Boffi-De Padova; Matteo Gialdini, AD di Hansgrohe Italia; Giorgio Gobbi, CEO di Italian Design Brands SpA; e Kurt Wallner, CEO di Cappellini-Poltrona Frau.

Filippo Cesarino, Practice Leader Luxury EXS Italia

 
Dalle risposte dei manager è emerso, in generale, che la creatività italiana, che ha determinato il successo mondiale del settore, potrebbe non essere più sufficiente. Occorre focalizzarsi su nuove sfide, come integrazione tra retail fisico ed e-commerce, partnership e aggregazioni tra i diversi player, per proporre sul mercato non più solo prodotti ma veri e propri progetti.
 
Secondo i dati di Federlegno Arredo, il settore nel 2017 ha registrato un fatturato di 41,5 miliardi di euro, in crescita del 2%; aumentato anche l’export, del 3,1%, che ha raggiunto quota 14,3 miliardi. Gli intervistati concordano sul fatto che nel prossimo triennio i mercati su cui puntare saranno Stati Uniti, Cina e Asia in generale; in Europa, Francia, Svezia, Germania e anche UK, nonostante la Brexit. 

“Preme sottolineare che, a fianco di Paesi e mercati tradizionali, compare ripetutamente anche il mercato virtuale dell’e-commerce e del digital”, ha commentato Filippo Cesarino, Practice Leader Luxury EXS Italia. “Un suo potenziamento, in una logica di lungo termine, è un obiettivo fondamentale per gli intervistati: una strategia marketing e sales che integri il digitale in tutte le attività, che preveda un approccio coordinato tra web e retail fisico e che ponga particolare attenzione alla presenza sui social e a strumenti come lo storytelling”. 

salonemilano.it


Se il design italiano può contare su un “network produttivo imbattibile”, “competenze tecnico-industriali” e “notorietà del made in Italy all’estero”, oltre che sull’“assenza di veri e propri competitor internazionali nel design”, gli intervistati hanno però sottolineato che la competitività italiana rischia di essere indebolita da alcuni fattori interni al tessuto imprenditoriale: “I player di settore da noi intervistati evidenziano all’unanimità le ridotte dimensioni delle aziende italiane”, ha spiegato Cesarino. “Ciò si riflette nella presenza diffusa di imprese eccellenti ma con capacità finanziarie insufficienti per garantire la crescita internazionale ad ampio raggio, una cultura imprenditoriale spesso fortemente incentrata nelle figure uniche e irripetibili dei fondatori e una difficile gestione del passaggio generazionale”. 
 
Tra le altre criticità emerse nel panel: la fragile difesa del brand made in Italy, non ancora tutelato da una regolamentazione, la scarsa familiarità con il mondo digitale e con le nuove tecnologie, e per alcuni anche la rigidità del sistema italiano in materia di costi del lavoro.
 
Quali sono quindi le mosse necessarie da qui al 2022? Innanzitutto focalizzarsi sulla distribuzione: migliorare quella monomarca, sviluppare quella fisica e integrare il digitale in un’ottica di multicanalità. A seguire, ma non meno importante, la necessità di fare sistema: gli intervistati hanno infatti sottolineato come “le piccole dimensioni stiano aprendo la porta alle grandi corporation per ‘fare shopping’ a prezzi contenuti in Italia”.
 
In sintesi, la parola chiave è “aggregazione”, ossia la creazione di nuovi poli, capaci di affrontare la sfida dell’internazionalizzazione e di fare da traino, attraverso acquisizioni e logiche di gruppo, ma anche l’arrivo di fondi stranieri, non percepito come una criticità ma come una opportunità.

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