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Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
27 ott 2017
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Design District Dubai: l’ultima grande destinazione per la moda

Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
27 ott 2017

“Lavorare, vivere, giocare e ora imparare”, questo è il mantra di Mohammad Saeed Al Shehhi, il CEO di Dubai Design District, o D3, l’ambientazione di Fashion Forward Dubai, la principale stagione di sfilate dell’emirato, e l'uomo responsabile di quello che molto probabilmente il più grande nuovo cluster di moda e design del mondo.

Il Dubai Design District, o D3, il nuovo hub creativo della città-stato


Al Shehhi si è recato al Miami Design District, al Meatpacking District di New York e a Shoreditch a Londra, per un studio di riferimento sugli hub creativi di successo nella moda. “Volevamo utilizzare il meglio di tutto il mondo quando abbiamo iniziato a realizzare il nostro hub creativo”, spiega il CEO. Il risultato è D3, un enorme progetto da quattro miliardi di dirham (950 milioni di euro). Il suo passo successivo include creare il primo vero college di moda e design della regione, che sarà costruito da Norman Foster.
 
Tutto questo è finanziato da TECOM, che fa parte di Dubai Holding, il colossale veicolo di investimento controllato da Sheikh Mohammed bin Rashid Al Maktoum, il governatore di questa città stato globale.

La Fase 1 si compone di 11 edifici, nei quali si svolge attualmente la FFWD con una ventina di sfilate (sei di esse di brand che hanno la sede all’interno di D3), presentazioni multiple, un piccolo salone di designer locali, dei talk show con esperti del settore e uno show internazionale di giovani laureati in uno spazio espositivo congiunto.
 
D3 vanta già al suo interno boutique di moda, atelier e studi, negozi di mobili, aziende di architettura, influencer locali attivi sui social media, laboratori d’innovazione, società che si occupano di tecnologie indossabili, gallerie d'arte e una serie di ristoranti chic. Circa 400 aziende hanno aperto all’interno di D3, il 60% di esse sono piccole e medie imprese, spesso si tratta di giovani stilisti della regione. Ma D3 comprende anche il Gruppo Chalhoub, una società di grandi dimensioni che distribuisce circa 40 marchi di lusso occidentali nel Golfo Persico. Swarovski ha aperto qui un centro creativo, mentre Miroslava Duma sta pensando di collocare la filiale emiratina della sua piattaforma lifestyle Buro 24/7.  Chanel ha un ufficio di gestione nel D3, e Christian Dior uno di sartoria.
 
“Qui Dior addestra anche il suo personale regionale sui nuovi prodotti”, sorride Al Shehhi, davanti a un piatto di gamberetti speziati serviti su una ceramica L’Abitare nell’arioso Lighthouse, un concept store sperimentale di design che è anche ristorante che vende libri, chitarre rock e articoli di vetro. Un mini Colette del Golfo.
 
In un momento molto intenso per il mondo fashion, il caporedattore di “Vogue Arabia” Manuel Arnaut ha festeggiato proprio qui questa settimana il primo anniversario del sito web di “Vogue Arabia Men”, mentre il rivale “Esquire Townhouse” ha organizzato quattro notti di cene, dibattiti e performance artistiche dentro alla torre di lusso Volante, nella vicina Business Bay.
 
“L’industria del design nel Golfo rappresenta un business molto significativo. La valutiamo 100 miliardi di dollari e gli Emirati Arabi Uniti ne controllano una grande quota di mercato, pari a 27,6 miliardi. È un comparto che cresce del 7% all’anno; il doppio dell’economia nazionale, che è progredita del 2,8% nel 2016. Quindi vogliamo che Dubai diventi il fulcro, l’hub di questo settore. La nostra idea è quella di fornire ai nostri giovani designer il giusto eco-sistema e le infrastrutture, così speriamo che in futuro possano essere loro a impostare le tendenze, che partendo da Dubai diventeranno internazionali”, spiega Al Shehhi, che parla un inglese perfetto, frutto di una laurea in ingegneria elettrica all’Università di Leeds.
 
In questo momento, Al Shehhi è all’opera sulla Fase 2, che dovrebbe essere completata entro la fine del 2019, la quale consiste in una comunità creativa, che comprende il Dubai Institute of Design and Innovation, o DIDI, anch’esso disegnato da Foster, che sta collaborando con il Massachusetts Institute of Technology (MIT) e la Parsons School of Design.
 
“Costruiamo sempre sulla base del feedback che otteniamo da designer e creativi”, dice il CEO, vestito con una Kandura bianca su misura e lunga fino alla caviglia, che è indossata da tutti i gentiluomini di Dubai.
 
Dubai Holding ha anche costruito una serie di canali che vanno dal Golfo fino al deserto, creando baie acquifere e insenature, riducendo la temperatura dell’ambiente e portandovi stormi di uccelli esotici locali – gru, merli indiani e pernici di mare.
 
La Fase 3, visibile in un modello gigante all’interno dell’ufficio di Al Shehhi, include porti turistici intelligenti, torri sul lungomare e boutique hotel. L’ultimo ad aver fatto una visita a Al Shehhi è stato Pietro Beccari, CEO di Fendi, che sta pensando di aprire una boutique iper chic sulla baia, modellata sulle Fendi Private Suites del brand: sole sette camere nel centro della Roma rinascimentale.
 
“Controlliamo 13 chilometri di proprietà sul lungomare. Quindi, ho ancora molto di cui occuparmi”, afferma Al Shehhi, con la risatina sicura di sé di tutti gli abitanti di Dubai che hanno successo.

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