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Da Versailles a Gucci, al Met in scena il Camp

Di
Ansa
Pubblicato il
today 7 mag 2019
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Nel saggio del 1964, Notes on Camp, Susan Sontag ne descrisse il tratto caratteristico come "lo spirito della stravaganza: una donna avvolta da un abito fatto da tre milioni di piume". La grande mostra del Constume Institute del Metropolitan, "Camp: Notes on Fashion", aprirà al pubblico per tre mesi il 9 maggio, preceduta dal grande gala, un red carpet per 600 vip diventato negli anni significativo quanto la serata degli Oscar.

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La parola "Camp" viene dal francese "se camper", atteggiarsi, e fu usata per la prima volta nel 1671 in una commedia di Moliere. "È troppo di tutto, troppe paillettes, troppe rouche, troppe piume. È la sovversione dello status quo, ma anche generosità, munificenza", spiega il curatore Andrew Bolton, mentre per il direttore creativo di Gucci, Alessandro Michele, uno dei "padrini" dell'iniziativa con Anna Wintour, Lady Gaga, Harry Styles e Serena Williams, quelle quattro lettere "ci insegnano nella loro banalità quanto sia importante sentirsi liberi di esprimersi attraverso il modo di vestire".

Con Gucci principale sponsor della mostra e del gala assieme a Condé Nast, la scenografia teatrale rosa confetto firmata da Jan Versweyveld, ("Lazarus" con David Bowie e "Uno sguardo dal ponte" a Broadway) comincia in modo claustrofobico per allargarsi via via che il "camp" esce dalla clandestinità. "Da quando Andrew ha cominciato a lavorare sulla mostra, mi sono accorto che Camp è ovunque. Anche il Met in certe sue parti è camp", ha detto il direttore del museo Max Hollein.

Over the Rainbow cantato da una Judy Garland sedicenne e poi matura, poco prima di morire, accompagna nella visita. Si comincia con il Camp dell'Eden, la Versailles dei re di Francia, accostata alla pantacalza con la foglia di fico di Vivienne Westwood, per passare a Oscar Wilde, a cui la Sontag aveva dedicato il saggio. Gli input sono di tutti i tipi: da Beau Brummel e le sottoculture britanniche del dandy e dei queer all'inizi del Novecento a esempi più recenti firmati Armani, Balenciaga, Dior, McQueen, Galliano, Gaultier, Bob Mackie, Elsa Schiaparelli, Scott, Viktor and Rolf, Anna Sui e Versace.

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"Trump è un personaggio camp", ha detto Bolton al New York Times, in linea con l'analisi di Vanessa Friedman, la fashion editor del quotidiano. Nei magazzini del Met ci sono oltre 33mila tra abiti e accessori: cinque continenti e sette secoli di moda. I 250 in mostra per Camp, come il "bouquet dress" e l'abito di piume di struzzo con le farfalle per la primavera estate 2018 di Jeremy Scott per Moschino ("il re del camp", secondo Bolton), sono inindossabili per il visitatore medio. Che non significa che la mostra non possa influenzare le passerelle del futuro come è accaduto per altre due grandi iniziative del Costume Institute: "China. Through the Looking Glass" e "Manus x Machina. Fashion in an Age of Technology”.

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