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Corneliani chiede il concordato preventivo

Pubblicato il
16 giu 2020
Tempo di lettura
3 minuti
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La crisi legata alla pandemia del virus Covid-19 sta provocando a livello globale uno stillicidio di aziende che chiudono o che vedono allargarsi in un modo che pare inarrestabile le proprie difficoltà. Da tempo in ristrettezze, anche la mantovana Corneliani allunga questo elenco e chiede il concordato preventivo.

Lo stile di Corneliani


Impegnato in un piano di riorganizzazione industriale avviato nel 2019 e volto a restituire competitività all’azienda, il Consiglio di Amministrazione della Corneliani S.r.l. in un comunicato si definisce costretto a prendere “atto della rinnovata situazione di difficoltà dell’azienda, che, nonostante gli sforzi profusi, è stata fortemente aggravata dalle conseguenze economico-finanziarie derivanti dalla pandemia Covid-19”. Ne è conseguita la presentazione della domanda per l’ammissione alla procedura di concordato preventivo.
 
L’azienda dall’indiscussa eccellenza artigianale, il cui direttore creativo è Stefano Gaudioso Tramonte, ha visto il proprio segmento di mercato profondamente colpito dall’emergenza sanitaria mondiale. Nella nota, la società Corneliani si definisce “colta dagli eventi in un delicato momento di trasformazione e ritiene che questo sia il modo più adeguato per salvaguardare i valori aziendali, in termini di manodopera e capacità industriale del gruppo”.

Corneliani nasce a Mantova nel 1958 dai fratelli Carlalberto e Claudio Corneliani, che hanno ereditato l’esperienza di Alfredo Corneliani, tra i pionieri nel settore della moda uomo in Italia, che iniziò negli anni ‘30 una produzione artigianale di impermeabili e capispalla. Oggi Corneliani conta 1.048 dipendenti tra le sedi di Mantova e Milano, le filiali estere in Cina e negli Stati Uniti, gli stabilimenti produttivi esteri e il retail diretto. La sua rete distributiva mondiale raggiunge i 750 punti vendita in 70 nazioni, tra department store di lusso, negozi multimarca e monomarca. Nel 2016 la società di private equity Investcorp, fondo che raccoglie capitali arabi ed è ex azionista di Gucci e Tiffany, acquisì da parte della compagine familiare una partecipazione che lo fece diventare l'azionista di maggioranza del marchio mantovano, col 51,4% del capitale.
 
L’azienda fa sapere che il management - guidato da dicembre dall’AD Giorgio Brandazza - con il supporto degli advisor, è al lavoro per valutare ogni possibile opzione di soluzione della crisi.

Nel pomeriggio del 16 giugno, Brandazza ha incontrato i segretari dei sindacati di categoria Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil e le Rsu. “Un incontro”, si legge sulla Gazzetta di Mantova “che arriva nel secondo giorno di chiusura dell’attività produttiva e dei servizi (con i lavoratori di nuovo in cassa integrazione Covid per l’intera settimana) e all’indomani dell’aumento del capitale sociale di 5,5 milioni di euro da parte del fondo Investcorp, non sottoscritto dalla famiglia Corneliani che ha visto diluirsi le sue quote dal 48,6 al 13,4%”.
 
Tra fine 2019 e inizio 2020, alcuni membri della famiglia Corneliani, Cristiano, Corrado e Stefano, avevano tentato la strada giudiziaria contro Investcorp (con il primo e il terzo che tra l'altro vennero licenziati dopo l'ingresso del fondo, ndr.), reo a loro dire di aver provocato la crisi della casa di moda. Ma la causa si è rivelata un insuccesso. Lo scorso gennaio, il giudice ha definito l’iniziativa della famiglia infondata nel merito e inattuale. Investcorp può così proseguire nell’attuazione del piano di rilancio che ha in atto, volto a scongiurare il fallimento societario, e perseguire l'obiettivo di una fusione tra il proprio veicolo Sarti Holdings e Corneliani.
 
Il piano di rilancio prevedeva 140 esuberi (poi congelati) tra i 454 dipendenti dello stabilimento di Mantova, tra i quali, sempre secondo fonti locali, è molto cresciuta la tensione, alimentata da dubbi su quale sia realmente l’attuale situazione societaria, quali investimenti verranno effettivamente realizzati per garantire una ripresa, se verrà rivviata a breve la produzione e quali strategie, espansive e nel contempo di tutela dei lavoratori, verranno implementate nel delicatissimo dopo-Covid.

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