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Pubblicato il
13 nov 2014
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Convegno Pambianco: il ‘back to Italy’ è la nuova tendenza?

Pubblicato il
13 nov 2014

Si è tenuta il 13 novembre a Milano alla Borsa Italiana presso Palazzo Mezzanotte, la diciannovesima edizione del convegno annuale di Pambianco Strategie di impresa, quest’anno in partnership con Deutsche Bank. Il convegno dal titolo “Back to Italy. La nuova frontiera produttiva della moda italiana e internazionale?, si è concentrato sulle opportunità che questa inversione di tendenza può e potrà comportare per il sistema moda italiano e per il Made in Italy. A cominciare dalla rinnovata attenzione nei confronti dell’artigianalità e delle tradizioni territoriali.

Un momento del Convegno Pambianco del 13 novembre 2014


Un tema quanto mai indovinato e attuale in questi giorni, come ha confidato a FashionMag.com David Pambianco vicepresidente della società, che spera di ripetere il successo di questo convegno anche l'anno prossimo, per la sua 20esima edizione.

Una platea gremita da oltre 500 figure di vertice del settore Moda&Lusso, ha seguito i vivaci dibattiti sul tema del rientro in Italia delle produzioni.

E’ stato proprio suo padre Carlo ad introdurre i molti e onorevoli ospiti e ad aprire la giornata di lavori segnalando come primo dato interessante il fatto che dal 2008 al 2014, già 90 aziende italiane abbiano riportato la loro produzione in Italia.

Le ragioni di questo primo accenno di reshoring le ha spiegate Franco Valeri, Chief Country Officer Italy Deutsche Bank, nel primo intervento della giornata :
1. la differenza salariale tra il nostro ed altri paesi come per esempio la Cina, che si sta riducendo;
2. una riduzione del cuneo fiscale dal punto di vista doganale e dei costi logistici;
3. più attenzione da parte del consumatore alla qualità del prodotto e dunque al VERO Made In Italy.

Mario Boselli, presidente di CNMI concordando con l’attualità del tema, ha sottolineato però che per quanto significativi i numeri legati a questo fenomeno siano ancora piccoli e invece ha stigmatizzato a sua volta le cause della delocalizzazione:
1. Il costo del lavoro e le condizioni del lavoro, che non sono mai state aiutate dai vari governi, una su tutte la tassa sul lavoro (IRAP) introdotta dal Ministro Visco che solo oggi si comincia a rivedere;
2. La forbice, che per fortuna va a ridurs,i della differenza salariale rispetto ai paesi dell’Est Europa;
3. Il passaggio all’euro come ragione della perdita della competitività e “l’assoluta irragionevolezza del cambio” col dollaro che dovrebbe essere sempre di 1:1, sancisce Boselli.

Tutto ciò ha comportanto perdita nel livello di qualità del prodotto e nella puntualità nelle consegne e di conseguenza danni d’immagine per le aziende. Non è un caso che dalla crisi del 2008, le aziende che hanno retto, meglio siano state quelle “Full Made in Italy”.

Un’analisi lucida quella di Boselli che non ha mancato anche di puntare il dito contro l’Europa che non attua in maniera definitiva la regolamentazione del “Made In” nonostante il parlamento europeo si sia espresso favorevole all’80% in merito. Ad ogni modo Boselli resta ottimista perchè comunque anche se il fenomeno del reshoring è solo agli albori, se non altro si è arrestato un trend, quello della delocalizzazione.

David Pambianco


David Pambianco nel suo intervento ha individuato invece tre filoni del ‘Back to Italy’:
1. quelllo dei gruppi italiani del lusso che rafforzano i loro impianti produttivi e riportano parte della produzione in Italia;
2. quello dei gruppi internazionali del lusso che acquisiscono direttamente le aziende produttive in Italia;
3. le medie aziende operanti nelle fasce medio-alte che riportano parte della produzione in Italia.
Per quanto riguarda le prime due tipologie di operatori, la chiave di questo aumento della produzione in Italia è legata alla crescita del mercato del lusso, che è aumentato, soprattutto grazie all’Asia, del 30% negli ultimi 5 anni e che crescerà, secondo le stime, di un ulteriore 17% nei prossimi 4 anni.
Per quanto riguarda invece le medie imprese italiane (sulle quali Pambianco ha condotto una ricerca) abbiamo rilevato che se oggi il 27% del campione dichiara di produrre tutto in Italia il 71% dichiara di avere un mix tra Italia ed estero. In termini di trend, queste aziende hanno aumentato solo leggermente la quota di produzione in Italia, passando dal 52% al 53%. Anche in termini previsionali a tre anni le piccole e medie aziende si spaccano e, se quelle di fascia alta, che producono già l’83% in Italia, hanno per la maggioranza dichiarato che manterranno stabile la loro quota di produzione in Italia (76%) o che l’aumenteranno (24%), quelle di fascia media hanno dato risposte varie: il 39% che resterà stabile, il 35% che crescerà, il 26% che calerà. Questo dato indica che le aziende di fascia alta potrebbero salire ulteriormente e rientrare in Italia con le loro produzioni. Quelle di fascia media, di contro, sono oggi di fronte ad un bivio, o salgono di fascia con un’offerta più qualificata, o scendono puntando ad una politica di prezzo.”

A questo proposito Pambianco ha sottolineato che secondo una ricerca condotta negli USA, l’Italia è il paese dove la manifattura costa di più, mentre è singolare notare che in paesi come gli Stati Uniti per esempio, dove il costo della manifattura è più basso (il più basso dopo la Cina tra i paesi presi in esame), il fenomeno del reshoring sia realmente in atto oggi; fenomeno incentivato anche da molti stati come il Texas per esempio, come ha speiegato Erika Andreetta, partner PWC, dove lo stato incentiva le aziende tramite contributi a mantenere la produzione nel paese, al contrario dell’Italia dove le aziende hanno dovuto convertirsi all’export, non sempre con buoni risultati.

La Andreetta ha presentato poi i risultati di un’inchiesta condotta a ottobre 2014 su 61 aziende della filiera tessile-abbigliamento italiano che rappresentano un fatturato complessivo aggregato di 1.570 mln di euro. L’obiettivo dell’indagine è stato d’indagare l’adeguatezza della filiera italiana alle nuove sfide con particolare riferimento appunto al rientro delle produzioni dall’estero.

In sintesi dall’inchiesta si evince una filiera in difficoltà che ha bisogno di essere rafforzata attraverso il sostegno degli istituti bancari, la creazione di partnership con i clienti, la definizione di una strategia comune e una maggiore attenzione ai programmi formativi per attrarre i giovani. In conclusione intendere la filiera come un’unica impresa da rilanciare visto che la sua qualità e affidabilità vengono date per scontate.

Qualità e affidabilità a cui il mercato dà un premio valutativo, come ha sottolineato nel suo intervento Francesca Di Pasquantonio Analyst Luxury Deutsche Bank: il ‘Made In’ è visto in effetti dal consumatore attuale come un valore di riconoscimento di qualità e di lusso e concorre dunque al posizionamento del brand.

Enrico Mentana intervista Sandro Veronesi Presidente Calzedonia Group


Uno che dal mercato è stato ricompensato in questo senso è sicuramente Sandro Veronesi Presidente Calzedonia Group, intervistato da Enrico Mentana, che è stato il brioso moderatore di tutta la giornata di lavori. Veronesi la cui azienda produce in Italia nelle sue fabbriche, il 90% di quello che vende, ha lanciato due linee guida essenziali sull’argomento: la prima è che bisogna conoscere bene i mercati e capire a quali realmente importi il ‘Made In’ e per quale tipo di prodotto e la seconda, derivante dalla sua personale esperienza, è che per essere competitivi bisogna essere selettivi e concentrarsi su un prodotto e un settore specifico. Infine Veronesi ha sottolineato come si continui, in questi frangenti, a parlare di moda-lusso ma come in effetti tutto ciò riguardi più che altro il lusso italiano, ma purtroppo non più la moda di cui i gruppi leader ormai sono all’estero (Inditex, H&M ecc..).

La giornata è poi proseguita con l’intervista face to face a Diego Della Valle, Presidente Tod’s Group, e le tavole rotonde coordinate da Mentana, che hanno avuto il compito di verificare come nella realtà si stiano muovendo le aziende interessate ed il mondo finanziario nei confronti del fenomeno del reshoring.

Fra i relatori sono intervenuti, Adriano Aere – Presidente Imperial che ha raccontato la storia di successo della sua azienda esempio di fast-fashion in Italia e il suo invito a investire in tecnologia per una filiera corta; Antonio De Matteis – AD Kiton, che vende l’85% del suo prodotto all’estero e il 15% in Italia comprato da stranieri, che ha puntato il dito contro la politica e la stampa che “colpevolizza il consumatore del lusso”; Licia Mattioli - AD Mattioli che ha ribadito che il sistema può fare la differenza d’accordo con Claudio Marenzi – Presidente Herno e di SMI; Eraldo Poletto – AD Furla più scettico sul fare sistema ma che ha sottolineato l’importanza dei fornitori (d’accordo con Aere) e dunque della filiera verticale e ha invitato a individuare i vari modelli di business per ogni mercato e dove il Made in Italy può essere realmente apprezzato; Raffaele Jerusalmi - AD Borsa Italiana che ha raccontato la positiva esperienza di Elite che ha dato la possibilità alle medie aziende della moda di avvicinarsi al mondo dei capitali, Marco Palmieri – AD Piquadro, Maurizio Pizzuti – Presidente e AD Zeis Excelsa e Cleto Sagripanti – Presidente Italian Holding Moda.

Dal convegno in sintesi è emerso che il reshoring è in atto per i grandi gruppi del lusso italiani e stranieri (che vengono a produrre in Italia) perché il fattore di traino del Made in Italy è forte e i maggiori costi sono più che compensati dai benefici di immagine e di qualità dei prodotti. Il fenomeno è invece più limitato per le medie imprese che, avendo margini più bassi (sono meno internazionali e meno fascia lusso), non possono sostenere i maggiori costi di produzione connessi al rientro in Italia.

Il reshoring può essere quindi sicuramente uno dei fattori che possono aiutare il comparto moda-lusso ma a questo deve aggiungersi anche la volontà da parte di tutti gli attori del settore di fare effettivamente sistema e soprattutto il sostegnoda parte del governo con politiche ad hoc.

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