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Confindustria moda: prima stagione normale attesa nel 2022

Di
Ansa
Pubblicato il
4 giu 2020
Tempo di lettura
3 minuti
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"Oltre a crisi una sanitaria questa è una crisi di consumi: della domanda e non dell'offerta. La moda è un settore industriale e come tale ha dei problemi. Anche FCA Italia ha chiesto 6 miliardi e non è un'aziendina. La moda è stagionale e con questo sono colpite almeno tre stagioni. Ovviamente la primavera-estate 2020, ma pure l'inverno successivo, e la primavera-estate 2021, e forse anche lo stesso per l'inverno 2021, quando magari non ci sarà ancora il vaccino. Ci sarà forse una prima stagione regolare nel 2022". Ad affermarlo è Claudio Marenzi, fondatore di Herno, intervenuto come presidente di Confindustria moda all'online Fashion e Luxury Talk di Rcs Academy "Moda, PIL e lavoro".

Claudio Marenzi


Ricordando che il settore fattura 97 miliardi l'anno, con 60mila posti di lavoro diretti e oltre 1 milione contando l'indotto per un totale di quasi 50.000 aziende, con una media di 20-25 dipendenti, ha aggiunto: "I grandi pagano milioni di euro di affitti di negozi che in questo momento sono a zero”.

Il numero uno di Confindustria Moda ha toccato poi il tema della sostenibilità, evidenziando: "Ci sarà sempre di più l'esigenza di un prodotto sostenibile, ma quanto a economia circolare questa crisi porta un grande dilemma nell'utilizzo dei prodotti monouso, a partire dalle mascherine chirurgiche. Come Confindustria con società europee stiamo cercando di capire come fare entrare nel riciclo i prodotti monouso".

Per quanto riguarda le mascherine "l'accordo di Confindustria moda e Governo”, ha spiegato, “è stato sulle mascherine per la collettività, quelle lavabili, mentre quelle a prezzo calmierato sono quelle chirurgiche. Su quelle per la collettività non c'è prezzo calmierato e parte dai 2 o 3 euro. Per le persone normali, cioè che vanno al lavoro o al supermercato, vanno bene quelle per la collettività".

"Servono coraggio, umiltà e tanti soldi, perché è un problema congiunturale. Noi ci impegnamo per il 40% per quest'anno e per il 60% per il 2021 e il 2022, perché il mondo non finisce qui. È come una grandinata, non porta carestia", sostiene nel suo intervento Brunello Cucinelli, presidente e CEO del marchio omonimo.

"Se è vero che il prossimo anno la Cina crescerà del 10%, la Germania del 7% e noi del 6%", ha proseguito Cucinelli, “un cambiamento strutturale non ci sarà. Faremo invece attenzione a com'è stato prodotto qualcosa, a conservarlo, al comportamento nel momento difficile". "Credo abbiamo trasmesso ai nostri figli l'obbligo di avere paura. Bisogna sostituirla con la speranza: abbiamo detto "se non studi, andrai a lavorare", sminuendone il valore. Con lo smart-working non abbiamo combinato niente, lavorando 12 ore al giorno e togliendo tutto il tempo a noi stessi. Bisogna lavorare un po' meno", ha concluso, spiegando di avere deciso di mantenere a pieno l'organico.

"Da oltre dieci anni finanziamo tutta la filiera, compresi i piccoli artigiani, quasi 200, e con interessi bancari pazzeschi, all'1%. È un sistema che sarebbe bello poter cambiare in generale, cioè che il governo desse soldi alla grande impresa, per poi distribuirli, evitando la burocrazia ai piccoli, che non la sanno fare e vengono strozzati dalle banche con interessi del 6-7-8%", afferma Renzo Rosso, fondatore di Diesel e presidente di OTB.

"Per le grandi”, gli ha fatto eco Flavio Valeri, chief country officer di Deutsche Bank, “ci sono i maxi-finanziamenti, come abbiamo visto di recente per Kering, Richemont e Essilorluxottica. All'opposto, ci sono le difficoltà per le piccole e medie e per gli artigiani. Un finanziamento di filiera si è sempre fatto, ad esempio nel mondo automobilistico, esempio la provincia di Torino e la zona di Stoccarda. Non vedo la ragione per non replicarlo nella moda".

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