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Confindustria Moda: no a stop produzioni, teme impatto a emergenza finita

Pubblicato il
16 mar 2020
Tempo di lettura
2 minuti
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Nel giro di qualche settimana l’Italia è diventata il secondo Paese nel mondo più colpito da coronavirus, dietro la Cina. Per fronteggiare l’emergenza, il governo Conte ha emanato una serie di decreti, l’ultimo dei quali ha sancito la chiusura fino a inizio aprile di tutte le attività commerciali non essenziali. Ma il numero di contagi non accenna a diminuire e l’ipotesi dello stop delle filiere produttive si fa strada tra le fila del mondo politico e sindacale. 

Un momento della Milano Fashion Week - Foto: CNMI


Sulla questione ha messo un punto l’esecutivo. “L'Italia non si ferma", ha commentato su Twitter il presidente del consiglio dopo un lungo confronto con le parti sociali andato avanti per ore nella notte tra il 14 e il 15 marzo. L’intesa, contenuta in un documento composto di 13 punti, assicura la continuità per le imprese, chiamate ad implementare stringenti misure di sicurezza per tutelare la salute dei propri dipendenti e collaboratori.
 
L’interruzione delle attività produttive rischia di generare pesanti ricadute a livello economico e occupazionale. L’allarme arriva da Confindustria Moda, che avverte: “se il nostro tessuto produttivo fatto in prevalenza di piccole e medie imprese, pur in presenza delle note enormi difficoltà, si ferma completamente, difficilmente potremo riprendere senza pesanti conseguenze ad emergenza finita”.

“Siamo impegnati per coniugare l’obiettivo della salute con quello della continuità dell’attività di impresa”, prosegue il comunicato della presidenza. Niente stop, quindi, per le aziende del settore che siano in grado di offrire queste garanzie di sicurezza da subito, invitate a riprendere o proseguire la produzione. “In alternativa”, suggerisce Confindustria Moda, “interrompere temporaneamente l’attività, completamente o parzialmente a secondo della situazione, per consentire all’organizzazione aziendale di approntare ogni misura richiesta e ritenuta necessaria”.
 
La scorsa settimana, molti big della moda hanno annunciato la sospensione delle proprie attività in Italia, compresi Tod’s, Luxottica, Gucci e Brioni. Le misure messe in campo per arginare la diffusione dell’epidemia prevedono il rallentamento della produzione e una progressiva rarefazione del personale. Laddove possibile, sono state adottate anche forme di lavoro flessibile come lo smart working.
 
Fa scuola l’iniziativa lanciata lo scorso 9 marzo da due storici nomi del tessile nazionale, Ratti e Mantero. I competitor del distretto serico comasco hanno unito le forze per condividere, in caso di necessità, materiali o interi passaggi di produzione.
 
Ma la situazione rimane critica perché il virus ha già colpito il cuore produttivo della nazione, formato dal triangolo lombardo/veneto/emiliano-romagnolo, che ha Milano come metropoli leader e la Lombardia come regione di maggior peso (da sola conta il 22,6% del valore aggiunto italiano). A dirlo è un dossier dell'Istituto di ricerche Urbane (RUR).
 
Le 14 province che hanno risentito per prime dell’impatto dell’epidemia sul sistema imprenditoriale hanno prodotto un valore aggiunto di 546,4 miliardi di euro nel 2018, pari al 34,7% del totale nazionale, grazie in primis al contributo della Lombardia (348 miliardi), seguita dalle tre province venete (81 miliardi) e da quelle emiliano-romagnole (75 miliardi).

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