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Cina: molti grandi marchi legati al lavoro forzato degli uiguri?

Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
3 mar 2020
Tempo di lettura
5 minuti
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La Cina ha trasferito decine di migliaia di membri della minoranza musulmana uigura, detenuti in campi di prigionia, in fabbriche che riforniscono almeno 80 dei più grandi marchi del mondo. Lo ha affermato lunedì scorso un think tank australiano in un rapporto dettagliato. Un documento che è ancor più illuminante, arrivando a rappresentarte un monito, perché è in gran parte basato su documenti e cifre pubbliche delle società e delle prefetture interessate.

Mentre le ONG parlano di "campi di rieducazione", Pechino li chiama "centri di formazione professionale" - Shutterstock


Tra il 2017 e il 2019, sarebbero più di 80.000 gli uiguri, detenuti nella regione dello Xinjiang (nord ovest della Cina), che sarebbero stati trasferiti in fabbriche “appartenenti alle filiere di 83 marchi conosciuti in tutto il mondo nei settori della tecnologia, del tessile-abbigliamento e dell’automotive”, afferma l’istituto australiano di strategia politica (ASPI). “Le fabbriche ricorrono al lavoro forzato degli uiguri come parte di un meccanismo di trasferimento diretto dallo stato (cinese), rappresentando una macchia che infanga le catene di produzione globali”, insiste l’ASPI in un voluminoso rapporto di 56 pagine.
 
Tra gli 83 marchi ed aziende pizzicate dal centro studi australiano si trovano grandi gruppi cinesi, tra i quali alcuni costruttori automobilistici, ma anche bei nomi della tecnologia come Haier (elettrodomestici), Huawei o Oppo (smartphone). Ma vengono citati anche grandi nomi stranieri dell'elettronica (Apple, Sony, Samsung, Microsoft, Nokia...) e dell’automobile (BMW, Volkswagen, Mercedes-Benz, Land Rover, Jaguar...).

E, ovviamente, anche la moda è ampiamente citata. Nella lista figurano H&M, Gap, Zara e Uniqlo, tra le grandi catene, e Nike, Adidas, Puma, Li Ning, Skechers, The North Face e Fila per lo sport/outdoor. Senza dimenticare Abercrombie&Fitch, Lacoste, Calvin Klein, Cerruti 1881, Jack & Jones, Polo Ralph Lauren, Tommy Hilfiger, Victoria's Secret, Zegna, e altri ancora.
 
Lo studio si concentra in particolare sul caso di Quingdao Taekwang Shoes, subappaltatore di Nike Inc. che ha sede nella provincia di Shandong, a metà strada fra Pechino e Shanghai. Una fabbrica presentata come un “modello da emulare” dalle autorità cinesi. Dal 2007, circa 9.800 uiguri sono stati portati nella provincia di Shandong per lavorare in quello stabilimento, secondo i dati comunicati localmente dall'azienda stessa, la quale cita persino “60 promozioni” di lavoratori avvenute in seguito. Il tutto in un ambiente industriale sotto alta sorveglianza.
 
“Le foto della fabbrica pubblicate nel gennaio 2020 mostrano che il complesso è dotato di torri di avvistamento, recinzioni metalliche e filo spinato rivolto verso l'interno”, afferma il rapporto. “I lavoratori uiguri erano liberi di camminare per le strade intorno all’area recintata della fabbrica, ma i loro movimenti erano attentamente monitorati da una stazione di polizia situata sulla porta laterale, e dotata di telecamere con riconoscimento facciale (…). I lavoratori (la maggioranza dei quali non parla il mandarino, ndr.) vive in edifici adiacenti alla fabbrica che offrono alloggi separati da quelli degli operatori locali”.
 
Le autorità cinesi e la direzione del subfornitore di Nike si incontrerebbero periodicamente per identificare possibili focolai di rivolta fra i lavoratori. La questione è importante, in vista di una significativa accelerazione dell'afflusso di lavoratori uiguri: tra il 2017 e il 2018, circa 4.710 di loro sarebbero stati trasportati dallo Xinjiang allo Shandong, superando gli obiettivi di crescita stabiliti localmente. Nello Xinjiang, le prefetture in carica mostrano con orgoglio i risultati: a gennaio del 2018, un giornale locale ha pubblicato una lettera di ringraziamento scritta in mandarino da 130 lavoratori, inviata a Quingdao. Messaggio in cui affermano di aver compreso i pericoli dell'estremismo religioso e che ora vedono “una buona vita che li attende”.
 
Nike fa produrre annualmente 7 milioni di paia di scarpe da Quingdao Taekwang Shoes. Interpellato, il gruppo statunitense per ora ha risposto in maniera succinta. “Rispettiamo i diritti umani nella nostra catena del valore estesa, e ci sforziamo sempre di condurre le nostre attività in modo etico e responsabile. Ci impegniamo a sostenere le norme internazionali sul lavoro in tutto il mondo”, indica la portavoce Sandra Carreon-John al Washington Post. La quale sottolinea come ai fornitori del gruppo sia “severamente vietata l’adozione di qualsiasi tipo di prigione, lavoro forzato o servitù”.
 
Ugualmente convolto dal rapporto, il marchio francese Lacoste si mostra fermo, ma prudente. “Il Codice Etico che sottoponiamo a tutti i nostri partner vieta l'uso di qualsiasi forma di lavoro forzato o obbligatorio”, indica la direzione a FashionNetwork.com. “Effettuiamo controlli regolari su tutti i nostri partner e subappaltatori. Ad oggi, nessuno degli audit condotti ha riscontrato l'uso di lavoro forzato nelle fabbriche partner di Lacoste. Tuttavia, come azienda con principi etici e processi di controllo rigorosi e strutturati, stiamo ovviamente investigando in profondità, dall’interno e con i nostri fornitori, i dettagli di questo rapporto”. E condurre “inchieste immediate e approfondite”, nonché “rigorose ispezioni indipendenti” è proprio quanto chiedono gli autori del rapporto australiano.

Gli edifici di un centro di rieducazione in cui si dice che siano imprigionati degli uiguri, nella regione dello Xinjiang, il 31 maggio 2019 in Cina - AFP/Archives - GREG BAKER


Abbiamo contattato anche Adidas, che afferma di essersi già mosso su questo terreno. “Le norme di Adidas riguardanti il luogo di lavoro vietano severamente tutte le forme di lavoro forzato e carcerario, e si applicano a tutte le società della nostra catena di approvvigionamento”, indica l’azienda tedesca. “Dopo le prime accuse della primavera del 2019, abbiamo immediatamente ed esplicitamente dato istruzioni ai nostri fornitori di non procurarsi prodotti o tessuti dalla regione dello Xinjiang. Il ricorso al lavoro forzato da parte di uno dei nostri partner comporterà la cessazione della partnership”.
 
Uno studio condotto dalla presidenza dell’Institut Français de la Mode/Première Vision nel settembre 2019 ha rivelato che le condizioni di lavoro sono, per i consumatori internazionali, il terzo criterio di sostenibilità dei prodotti di abbigliamento. Questo punto è il primo citato dal 17,2% dei consumatori francesi interrogati, dal 15,8% degli italiani e dal 13,3% degli statunitensi. I tedeschi sono particolarmente preoccupati dal problema, con il 30,3% del panel locale che fissa il sociale come primo criterio di sostenibilità. Un'importanza globale nella quale riechieggia ancora l’impatto del Rana Plaza. Il micidiale crollo della fabbrica in Bangladesh nel 2013 aveva costretto gli appaltatori stranieri a dimostrare di scegliere con attenzione i loro fornitori.
 
Le autorità cinesi hanno applicato nello Xinjiang una strategia politica di massima sicurezza in risposta alla violenza interetnica che ha insanguinato quella vasta regione negli ultimi anni, di cui spesso le autorità hanno accusato i separatisti uiguri. Diverse organizzazioni per i diritti umani accusano la Cina di aver internato almeno un milione di musulmani nello Xinjiang in “campi di rieducazione”. Pechino nega questa cifra e parla di “centri di formazione professionale” intesi a sostenere l'occupazione e combattere l'estremismo religioso.
 
Ufficialmente, il governo cinese riconosce di trasferire della “forza lavoro in surplus” dallo Xinjiang ad altre regioni per ridurre la povertà.

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