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Pubblicato il
3 nov 2020
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Chiusura dei negozi in Francia: le reazioni dei commercianti

Pubblicato il
3 nov 2020

Il 3 novembre il governo francese ha emanato un decreto che precisa la lista dei prodotti che i negozi di grandi dimensioni possono continuare a vendere durante il lockdown, oltre a quelli già definiti essenziali (alimentari, giornali, materiali edili e ferramenta): prodotti di toilette, di igiene, di intrattenimento e di puericultura.

AFP

 
I negozi, inoltre, non possono accogliere un numero di clienti superiore a quello che consente di riservare a ogni persona una superficie di 4 metri quadrati. Domenica sera, il Primo Ministro Jean Castex aveva inoltre annunciato che per questioni di equità e di sicurezza sanitaria, il governo ha deciso di chiudere i reparti non essenziali nei supermercati, piuttosto che autorizzare i piccoli negozi a riaprire.
 
Come hanno reagito i piccoli commercianti francesi a tali decisioni governative? “Chiediamo ufficialmente al governo di riaprire tutti i negozi a partire dal 13 novembre e di mettere in campo reali misure di sostegno”, hanno dichiarato in un comunicato i rappresentanti di una ventina di federazioni professionali di commercianti, insieme a Medef e CPME (Confederazione delle piccole e medie imprese).

Secondo le associazioni, le decisioni prese dal governo saranno accettate solo quando saranno giudicate uguali per tutti, cosa che, a loro avviso, non avviene al momento.
 
“Molte centinaia di migliaia di punti vendita in tutta la Francia e più di 1,2 milioni di persone che lavorano nel settore sono minacciati” dalle misure di confinamento decise dal governo per combattere la pandemia di Covid-19. Le associazioni di commercianti hanno inoltre chiesto al governo di ampliare senza ulteriori ritardi le misure di sostegno al commercio, indipendentemente dal settore o dalla grandezza dei negozi. “Le perdite subite dai commercianti devono essere indennizzate”, chiedono.
 
La situazione è ancora più grave rispetto alla scorsa primavera, se si considera l’avvicinarsi della stagione delle festività natalizie, cruciale per i negozi. “A differenza del primo lockdown, quando eravamo ancora a inizio stagione e i commercianti hanno potuto annullare alcuni ordini, oggi siamo molto più avanti e gli stock sono già stati approntati”, ha ossevato Yohann Petiot, dell’Alliance du commerce.
 
Inoltre, i mesi di novembre e dicembre sono fondamentali per il bilancio delle aziende: quindici giorni in questo periodo rappresentano quasi due mesi di fatturato perso.
 
Per quanto riguarda nello specifico i negozi per l’infanzia, sia di abbigliamento che di giocattoli, una trentina di aziende, tra cui Petit Bateau, Du Pareil Au Même e Orchestra, hanno firmato una lettera aperta per chiedere al Primo Ministro di riaprire le boutique, considerandole come essenziali per i bambini.
 
“Durante il lockdown nasceranno dei bambini, altri cresceranno… alcuni vanno all’asilo, altri a scuola. Tutti passeranno più tempo in famiglia. Con l’avvicinarsi delle feste di fine anno, è ancora più importante prendersi cura dei più piccoli”, recita la lettera, sottolineando che è essenziale per i giovani genitori prepararsi alla nascita dei loro bambini, rinnovare il loro guardaroba, comprar loro delle scarpe e anche proporre loro nuove attività ludiche.
 
I player dell’universo bambino sottolineano anche che il periodo delle feste rappresenta il 60% per il business dei giocattoli e il 25% per il tessile e che, oltre ai dipendenti permanenti, impiega tra il 15 e il 30% in più di lavoratori temporanei.
 
I firmatari della lettera aperta, che hanno anche pubblicato una petizione sul sito Change.org, chiedono dunque a Jean Castex di riaprire i negozi dedicati all’infanzia entro 15 giorni, sottolineando come in altri Paesi europei, tra cui l’Italia, siano considerati tra le attività essenziali.

Con AFP e Sarah Assen

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