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Capucci, il mio Prometeo per il Festival di Spoleto

Di
Ansa
Pubblicato il
6 lug 2020
Tempo di lettura
3 minuti
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"Io non mi ispiro. Non copio, non guardo. Sì, osservo molto la natura, le piante, i colori dei fiori. Ma poi mi viene tutto dalla testa. Da sempre, anche quando lavoravo per l'Alta Moda, mi metto con un foglio, le matite e inizio a disegnare". Si racconta così il maestro Roberto Capucci - "il miglior creatore della moda italiana", come lo definiva Dior - 90 splendide primavere a dicembre, 70 delle quali passate a creare abiti per "rendere belle le donne" che resteranno nella storia della Moda, oggi immerso nell'ultima prova delle sue "nuove follie".


Sono i 15 costumi disegnati per Le Creature di Prometeo / Le creature di Capucci, concerto in forma scenica sulla partitura di Ludwig van Beethoven (di cui quest'anno ricorre il 250mo della nascita), realizzato in coproduzione dalla Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova e il Festival dei Due Mondi, a cura di Daniele Cipriani, che debutterà in prima mondiale a Spoleto il 28 agosto in Piazza del Duomo, con anteprima l'1 agosto al Festival Internazionale della Musica e del Balletto di Nervi. Un'occasione unica, che metterà insieme due titani, Capucci e Beethoven, quasi a fare a gara nel contendersi l'attenzione del pubblico.

Sulle note dell'unico balletto del compositore tedesco, eseguite dall'Orchestra del Carlo Felice diretta da Andrea Battistoni, Capucci vestirà infatti di coloratissime creazioni la Compagnia Daniele Cipriani, sui movimenti coreografici di Simona Bucci e tra le proiezioni di Maxim Derevianko. Nel cast, Damiano Ottavio Bigi del Tanztheater Wupperthal e il mimo-attore Hal Yamanouchi.

"Prometeo? Non ho la minima idea di chi fosse veramente. Non mi sono ispirato a lui", precisa subito il maestro, seguendo personalmente le prove dei costumi realizzati dalla Sartoria d'Inzillo a Roma. "Anzi”, sorride, “ero dubbioso che un direttore d'orchestra avrebbe accettato il rischio di distrarre il pubblico con l'entrata di queste creature". In effetti non si può distogliere lo sguardo dalla sorpresa di questi esseri onirici, dionisiaci, dagli artigli di bizzarri rapaci e dalle sinuose spire serpentine. Le linee, inconfondibili, sono quelle dello "scultore della seta", ora geometriche, ora trionfo di fogliame o di fiori che si fanno redingote per il maestro di cerimonie. Tre arrivano da bozzetti già esposti nel 2018 a Palazzo Pitti di Firenze (Capucci Dionisiaco) e a Palazzo Scarpetta di Napoli (Spettacolo onirico. Disegni per il teatro), gli altri 12 sono assolutamente inediti.

"Per il teatro ho lavorato poco, rifiutando molte offerte. Mi sono sempre chiesto, abbiamo tanti bravi costumisti, perché fare il loro lavoro?", racconta, ripercorrendo la lunga amicizia con la soprano Rajna Kabaivanska ("un fisico da mannequin", dice). O l'omaggio alla Callas all'Arena di Verona, per cui disegnò i costumi delle dodici vestali che entravano al buio sulle note di Casta Diva, seguite da Carlo Fracci e Ghorghe Iancu. Fino al "debutto" nel balletto con Les Étoiles per Cipriani, a gennaio scorso.

Poi è arrivata la pandemia. "Sono un uomo di mentalità libera”, dice. “Stare due mesi segregato non è stato facile, per fortuna ero in campagna. Ho camminato molto e letto otto libri, quasi tutti sulla guerra in India". Intanto il mondo è cambiato. "In tutte le situazioni tragiche la moda vuole rinascere”, riflette lui. “Se pensiamo al dopoguerra, quando Dior lanciò il 'New look', le donne avevano voglia di vestirsi, apparire. Erano stanche del conflitto, così come oggi lo sono di quel che è accaduto. Spero ritrovino la voglia di sentirsi belle, guardate, eleganti. Dipende tutto da loro e allora gli stilisti realizzeranno collezioni più belle".

E per un maestro come Capucci, qual è la sfida del futuro? "Ora io ho 90 anni. Tanti”, sorride. “Ho lavorato tutta la vita per le donne. Per renderle affascinanti, mai volgari. Al termine delle sfilate a volte non uscivo nemmeno per ringraziare. Ero già in albergo, il mio lavoro era terminato con gli abiti. La mia sfida oggi? Continuare a creare e a lavorare, perché per me è come dare da bere a un assetato".

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