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13 set 2013
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Calzature: l'export rallenta e non compensa il crollo del mercato interno

Pubblicato il
13 set 2013

Uno scenario, quello italiano, per il mercato delle calzature che continua ad essere bifronte: da un lato i mercati esteri che, pure con differenze marcate tra Europa e extra-Europa, stanno dando risultati positivi, e dall’altro il mercato interno, che è ormai avvitato in un circolo vizioso. Cleto Sagripanti, presidente 42enne di Assocalzaturifici, lo riconosce: “Ormai siamo di fronte ad un mercato duale, una situazione che richiede un colpo d’ala se non vogliamo il tracollo”.

Cleto Sagripanti. Foto: assocalzaturifici.it


L’internazionalizzazione è per le imprese calzaturiere, che esportano già l’83% della loro produzione, non più una strategia, ma una necessità. Sebbene questo concetto sia chiaro ormai da diversi anni, oggi diventa evidente un’ulteriore tendenza: è l’internazionalizzazione a lungo raggio, quella verso i Paesi emergenti e extra-europei a premiare maggiormente. L’export italiano di calzature nei primi 5 mesi 2013 è aumentato sia in valore (+4,9%) che in volume (+1,4%) e nonostante un incremento contenuto ha raggiunto un nuovo record in valore; una vera e propria boccata d’ossigeno per le aziende italiane. Il prezzo medio, seppure ancora in aumento (+3,5%), presenta ritmi di crescita più modesti rispetto al 2012, segno che le imprese hanno comunque fatto i conti con listini che solo parzialmente si sono adeguati all’incremento del prezzo delle materie prime.

In totale sono stati esportati, tra gennaio e maggio, 98,2 milioni di paia (1,3 milioni in più rispetto all’analogo periodo del 2012) per un valore di circa 3,3 miliardi di euro, ma, mentre tutte le aree hanno mostrato incrementi significativi, l’Unione Europea è rimasta pressoché stabile in valore (-0,3%) e con un decremento in volume (-1,2%).

Per contro, sui mercati extra-UE la situazione appare esattamente opposta, con performance sia in valore (+11,2%) sia in quantità (+7,3%) che dimostrano quanto le nostre calzature siano ancora competitive. I calzaturifici italiani hanno trovato nei primi cinque mesi dell’anno da un lato il recupero negli Stati Uniti e in Canada (rispettivamente +5,4% e +15,2%, in valore) e, soprattutto, l’espansione in Russia e Kazakistan (+16,4% e +10,8%). La vera frontiera per la crescita dell’export però si è rivelata ancora essere il Far East (+15,5% globalmente): non solo i tassi di crescita rimangono significativi (Cina +31%, Sud Corea +14%, Giappone +8,2% solo per citare alcuni casi), ma anche in termini di importanza relativa questi Paesi cominciano ad assumere un ruolo decisivo per la strategia di internazionalizzazione delle imprese italiane. L’aggregato “Cina+Hong Kong” si è confermato il nostro settimo mercato di destinazione, con una quota sul totale export (pari al 5% in valore) più che triplicata rispetto ad un decennio addietro.

I temi si ripetono ormai da alcune stagioni: bene l’export che continua a premiare la calzatura italiana di qualità; male, malissimo i consumi interni, che risentono del clima di crisi dell’intera economia nazionale; bene il saldo commerciale e in contrazione le importazioni. “In questo quadro – prosegue il presidente Sagripanti - le valutazioni non possono che tracciare uno scenario nel quale per il calzaturiero, dopo il rimbalzo favorevole post-crisi del biennio 2010/2011 e il rallentamento del 2012, la “luce in fondo al tunnel” appare ancora lontana, frustrata dalla marcata contrazione dei consumi interni e da dinamiche della domanda poco premianti in Unione Europea, dove esportiamo 7 calzature su 10. Inoltre cresce il divario tra le imprese: la nostra indagine congiunturale rivela un calo della produzione nei primi sei mesi dello 0,8% in quantità ma mentre il 54% dei rispondenti indica una situazione di contrazione, il 21% indica miglioramenti nei quantitativi prodotti. Una situazione quest’ultima che ha riguardato soprattutto grandi aziende che in questa fase sembrano soffrire meno”.

“Questo successo – spiega Sagripanti - è certamente dovuto alle capacità imprenditoriali delle imprese italiane, ma anche alla forza che ha acquisito nel tempo la nostra manifestazione theMICAM, modello oggi rinnovato e sempre più internazionale. Non ci stupisce poi la perfomance positiva delle nostre imprese in Cina - prosegue Sagripanti - perché è accompagnato dal successo di theMICAMshanghai: 248 aziende, di cui il 30% straniere, su un’area di oltre 5.000 metri quadrati hanno incontrato quasi 6.000 operatori provenienti da tutto l’Estremo Oriente. E la prossima edizione supereremo le 250 aziende, un successo che è stato originato dalla capacità di cercare e stringere alleanze strategiche con partner italiani e stranieri”.

A proposito ancora della caduta persistente dei consumi interni, secondo il Fashion Consumer Panel di Sita Ricerca, dopo il decremento del 4,5% in valore a consuntivo dello scorso anno, la prima metà del 2013 si è chiusa con un ulteriore crollo degli acquisti delle famiglie pari al 6,1% in spesa e al 4% in quantità. Tra aprile e giugno la flessione è stata del 5,3%, ancora consistente sebbene meno significativa del –7,2% del primo trimestre dell’anno.

Un altro aspetto preoccupante è il fatto che i segnali che provengono dagli ordinativi delle imprese non fanno presupporre cambiamenti di tono nella congiuntura. “Uno degli aspetti più preoccupanti – spiega il presidente Sagripanti - è il fatto che risulta particolarmente colpito il dettaglio tradizionale, con cali a doppia cifra per gli acquisti nei negozi specializzati in calzature. Il rischio è di desertificare i nostri centri storici, arricchiti dalla presenza di punti vendita che storicamente rappresentano la ricchezza distributiva del nostro Paese. In un quadro dove il ritardo dei pagamenti è ormai divenuto sistemico e la stretta del credito bancario non accenna ad allentarsi, ci troviamo di fronte ad un circolo vizioso molto pericoloso”.

A dimostrazione dello stato di crisi in cui versa la distribuzione italiana, perdura anche nel primo semestre 2013 la crescita dell’incidenza di svendite/saldi/promozioni, che già a consuntivo 2012 avevano superato la metà delle vendite complessive. In seguito al notevole aumento delle promozioni durante tutto il corso dell’anno e non solo nel canonico periodo dei saldi, nei primi 6 mesi 2013 le vendite scontate hanno rappresentato il 55% delle vendite in volume (e il 53% in valore).

“È assolutamente necessario un colpo d’ala senza il quale le imprese italiane non potranno che vedersi costrette a fuggire dal mercato italiano – sostiene il presidente Sagripanti. Dall’indagine del nostro Ufficio Studi emerge chiaramente come l’84% degli imprenditori ritenga prioritaria – tra le politiche fiscali che potrebbero rimettere in moto l’economia nazionale – la riduzione del cuneo fiscale su lavoro e imprese per aumentare il reddito disponibile delle persone e riequilibrare la tassazione sui fattori produttivi. Ridare respiro al lavoro è oggi assolutamente essenziale perché le nostre imprese non possono più sostenere, come è successo fino ad oggi, il peso della crisi. I livelli occupazionali, se la situazione dovesse continuare, non potranno che peggiorare”.

L’analisi di Assocalzaturifici fa emergere come sul fronte occupazionale è proseguito il calo degli occupati, che tra gennaio e giugno si è attestato a quasi mille posti di lavoro persi (-1,2% rispetto a dicembre 2012) anche a seguito della chiusura di 136 calzaturifici (-2,5%). Per il breve periodo il trend rimarrà negativo, come dimostrano i risultati dell’indagine campionaria di Assocalzaturifici che vede il 75% dei rispondenti non prevedere nessuna variazione della forza lavoro impiegata, anche se il 17% del campione teme un’ulteriore contrazione degli addetti.

“Secondo i nostri associati che hanno risposto all’indagine – precisa Cleto Sagripanti, presidente Assocalzaturifici - il nostro Paese ha bisogno, per dare un nuovo slancio all’economia, di una politica fiscale che non debba fare i conti con l’enorme debito pubblico ed è quindi tassativo combattere la spesa improduttiva, ma anche l’evasione fiscale. Un’indicazione però mi sembra significativa: occorre un Paese nel quale il credito alle imprese sia agevolato e il sistema finanziario investa finalmente nell’imprenditorialità. Per questo come Assocalzaturifici abbiamo iniziato a ragionare insieme ad un importante istituto di credito a forme di bond distrettuali o di rete con cui si possano reperire risorse economiche destinate alla crescita sui mercati esteri. Per cercare di dare respiro alla clientela italiana in difficoltà, la nostra Associazione sta elaborando un programma di finanziamento da destinare al retail per consentire formule dilazionate di pagamento a tassi agevolati”.

Come detto, il calzaturiero oggi può vantare successi importanti sui mercati esteri, confermati dall’aumento del saldo commerciale che si è attestato, nei primi 5 mesi, a 1.635 milioni di euro, che rappresentano un aumento del 12,7% sull’analogo periodo 2012. Si tratta dell’effetto congiunto dell’aumento delle esportazioni e della diminuzione delle importazioni (in calo del 1,6% in quantità e del 2% in valore), trascinate verso il basso dai consumi interni.

“I successi ottenuti sui mercati internazionali – conclude Sagripanti - ci spingono a sollecitare le Istituzioni italiane ed europee a creare contesti di competizione sempre più equi. Oggi, mente il mercato UE è accessibile a tutti, scontiamo ancora mercati nei quali paghiamo dazi importanti, come Mercosur e Vietnam, oppure abbiamo un sistema di quote e contingenti sulle calzature in pelle come in Giappone. La situazione delle pelli, poi, vede il 50% del prodotto sottratta al mercato degli scambi da dazi in uscita proibitivi o contingenti. Inoltre non possiamo dimenticare i temi della contraffazione, che oggi passa anche attraverso Internet, e quello dell’etichettatura di origine dei prodotti in Europa, sulla quale si sta giocando una lotta tutta politica tra diverse visioni europeiste”.

Le prospettive del mercato purtroppo anche nei prossimi mesi non sono destinate a migliorare. L’indagine di Assocalzaturifici sembra escludere nel secondo semestre dell’anno modifiche sostanziali del panorama congiunturale. Sul versante domestico, il 53% degli operatori interpellati prevede una stabilità nella raccolta ordini, a cui si contrappone più di un terzo di rispondenti per i quali le attese sono di una riduzione degli ordinativi. Come sempre si tratta di una media tra un mercato interno molto negativo e un portafoglio estero che, seppure non con incrementi brillanti, lascia aperte speranze di una sostanziale stabilità (53%), con un buon 27% dei rispondenti che si dicono ottimisti.

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