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BFC e CFDA chiedono un “reset” della moda post-Covid-19

Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
21 mag 2020
Tempo di lettura
3 minuti
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Con una strategia insolita, il British Fashion Council (BFC) e il Council of Fashion Designers of America (CFDA) hanno unito le forze per richiedere al settore della moda un nuovo approccio e nuovi modi di pensare, una volta superata la crisi del coronavirus.

Marc Jacobs - Primavera-Estate 2020 - Womenswear - New York - © PixelFormula


È un appello rivolto all’universo della moda per rallentare i ritmi, produrre di meno e lasciare che la creatività ne diventi nuovamente il focus principale, e sembra indirizzato alla fascia alta del mercato, anche se i due organismi affermano che il cambiamento è cercato “a tutti i livelli”.
 
In una dichiarazione congiunta che parla di “ripristino dell'industria della moda”, le due entità affermano che la pandemia di Covid-19 “sta colpendo il comparto fashion da ogni angolazione e ha un forte impatto su tutte le capitali mondiali della moda. E mentre non pare vi sia una fine immediata in vista, c'è però l'opportunità di ripensare e risettare il modo in cui tutti noi lavoriamo e mostriamo le nostre collezioni”.

I due organi nazionali della moda hanno aggiunto di essere uniti nella “ferma convinzione che il sistema moda debba cambiare, e che ciò deve avvenire ad ogni livello”. Hanno anche affermato che i cambiamenti “sono attesi da tempo”.
 
Allora, qual è il nuovo pensiero? Per cominciare, credono vi sia bisogno che “marchi, designer e retailer, abituati al ritmo veloce e spietato della moda, rallentino. Per molto tempo, ci sono state troppe consegne e troppa merce prodotta. Con l'accumulo di inventario esistente, designer e rivenditori devono anche fare attenzione al ciclo delle collezioni ed essere molto strategici sui loro prodotti e su come e quando intendono venderli”.
 
Vedono anche che esiste “una chiara disconnessione da quando i beni arrivano in negozio a quando il cliente ne ha effettivamente bisogno”, quindi “la cadenza di consegna dovrebbe spostarsi più vicino alla stagione per cui è destinata”.
 
Stanno “raccomandando fortemente” ai designer di concentrarsi su non più di due collezioni principali all'anno, “innanzitutto fornendo ai nostri talenti il tempo di cui hanno bisogno per riconnettersi alla creatività e al mestiere che rendono il nostro campo d’attività così unico. Un ritmo più lento offre anche l'opportunità di ridurre i livelli di stress dei designer e dei loro team, il che a sua volta avrà un effetto positivo sul benessere generale del settore”.
 
Significa forse la fine delle pre-collezioni? Non necessariamente. I due organismi raccomandano solamente “che queste ritornino al loro scopo originale, che era di offrire al consumatore bei vestiti che portassero con sé lo spirito dei singoli marchi, ma che non fossero necessariamente così all'avanguardia da giustificare uno show”.
 
Le pre-collezioni sono diventate eventi importanti negli ultimi anni per label importantissime come Gucci, Chanel e Dior, esercitando ulteriore pressione su altre marche. Ma BFC e CFDA aggiungono che “quando saremo in grado di organizzare personalmente eventi e sfilate, raccomanderemo che queste presentazioni tornino negli showroom”.
 
Un'altra raccomandazione è, una volta che le cose saranno tornate a una certa normalità, “che i marchi provino a sfilare durante il normale calendario e in una delle capitali mondiali della moda, al fine di alleviare la tensione su buyer e giornalisti sempre in viaggio. Anche questo elemento ha gravato di enorme stress il settore e ha aumentato significativamente l’impatto sull’ambiente di ciascun individuo”.
 
A proposito di sostenibilità, i due organismi affermano che “attraverso la creazione di meno prodotti, con livelli più elevati di creatività e qualità, i beni saranno valorizzati e la loro durata di conservazione aumenterà. L'attenzione alla creatività e alla qualità dei prodotti, la riduzione dei viaggi e l’attenzione alla sostenibilità (qualcosa che incoraggiamo per l'intero settore) aumenterà il rispetto del consumatore che, in definitiva, troverà maggiore piacere nei prodotti che creiamo”.

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