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Bangladesh: molti marchi si svincolano dal rispetto degli accordi di sicurezza nelle fabbriche

Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
6 giu 2018
Tempo di lettura
3 minuti
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Cinque anni dopo il dramma del Rana Plaza, una parte della mobilitazione che i marchi della moda annunciarono in pompa magna per aumentare la sicurezza dei lavoratori del Bangladesh si sgonfia. L’iniziativa americana Alliance for Bangladesh Worker Safety cerca di passare il testimone. Il suo equivalente europeo, Accord on Fire and Building Safety, serra invece le fila per altri cinque anni.

Una formazione sulla sicurezza in una fabbrica del Bangladesh - Accord on Fire and Building Safety


Come FashionNetwork.com indicava lo scorso settembre, l’Alliance crede di aver adempiuto alla sua missione. In aprile, i rappresentanti dei marchi che la compongono si sono recati a Dacca per discutere la formazione di un successore dell’organismo. Ma da allora non c’è stato nessun annuncio particolare al riguardo. “I marchi membri dell'Alliance sono pronti a collaborare con il governo del Bangladesh e con la BGMEA (Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association, ndr.) per creare un’organizzazione indipendente credibile e diretta localmente che proseguirà il suo importante lavoro”, afferma il direttore generale dell’organismo, l’ambasciatore James Moriarty.
 
L’Alliance for Bangladesh Worker Safety riuniva 29 aziende, tra le quali grandi nomi come Gap Inc., JCPenney, Kohl’s, Macy’s, Nordstrom, Target, VF Corp o Walmart. L'organizzazione afferma di aver rimediato al 90% dei pericoli identificati in 600 fabbriche. Circa 1,5 milioni di lavoratori hanno ricevuto formazione sulla sicurezza, ed è stato istituito un numero verde permanente.

Invece, l’Accord on Fire and Building Safety si rinnova per cinque anni. Dei 220 firmatari del trattato firmato il 15 maggio 2013, circa 175 hanno confermato la loro presenza. Le assenze più importanti sono quelle dello statunitense Abercrombie & Fitch, che sta attraversando alcune difficoltà, e il gigante svedese Ikea, chi preferisce dedicarsi al proprio programma di audit Iway. Sono assenti anche Edinburgh Woolen Mill e Sean John, il marchio fondato da Puff Daddy.
 
Tra i firmatari del documento di transizione di otto pagine si trovano in compenso Inditex, H&M, Fast Retailing, Primark, C&A, Esprit, PVH, Marks & Spencer, Carrefour, Otto, Target, Bestseller, American Eagle Outfitters, Benetton, Camaïeu, El Corte Inglés, Fast Retailing e Intersport. Marchi e gruppi che hanno inoltre annunciato di affidare il posto di Ispettore capo della sicurezza a Stephen Quinn, il quale in precedenza ha lavorato in questo campo per diversi organismi internazionali, in Europa e negli Emirati.
 
L’Accord indica nella sua relazione di aprile 2018 di aver monitorato le condizioni di sicurezza di oltre 1.600 fabbriche del Bangladesh. Più di 25.000 controlli hanno permesso di rimediare all'84% dei rischi per la sicurezza individuati in seguito alle iniziali ispezioni condotte nel 2013. Nel dettaglio, se l’88% dei rischi elettrici e il 74% di pericoli d’incendio sono stati evitati, i rischi strutturali, come quello che ha causato l'ecatombe del Rana Plaza, sono stati corretti solo per il 62%. Il che sottolinea l'importanza di un impegno a lungo termine degli imprenditori su questi temi.
 
Il 24 aprile 2013, nei sobborghi di Dacca, più di 1.130 persone morirono nel crollo del Rana Plaza, edificio che ospitava un laboratorio di abbigliamento, che ha causato anche più di 2.000 feriti. Il dramma mise in luce il lato oscuro dell’esternalizzazione produttiva dei principali marchi internazionali.

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