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Pubblicato il
7 apr 2020
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Annalisa Caruso (Ovyé): “Accelerate dal virus difficoltà di chi già in crisi. Dobbiamo produrre più pronto moda”

Pubblicato il
7 apr 2020

Annalisa Caruso, titolare e socia – insieme al fratello – del marchio di calzature donna Ovyé è una delle tante voci della fast fashion italiana di qualità che si sono fatte sentire in questo periodo di forte difficoltà sociale, commerciale ed economica causata dalla crisi della pandemia di Covid-19. “Noi facciamo pronto moda, il che vuol dire magazzini sempre pieni di merce, con arrivi settimanali che seguono le ultime tendenze. Questo comporta una filiera molto corta e flessibile, e nel nostro caso Made in Italy”, racconta a FashionNetwork.com la giovane imprenditrice nata nel 1978, lo stesso anno in cui il brand Ovyé si trasferì nella sede del Centergross vicino Bologna, ma che proviene da una storia produttiva originatasi col bisnonno della titolare, che creava calzature a Piumazzo (Modena).

Annalisa Caruso


“Avevamo accumulato scorte di merce primaverile-estiva nel nostro magazzino di 1.000 mq., proprio in concomitanza col blocco delle vendite e nel pieno delle forniture già approntate. Nel nostro segmento la distinzione è più netta rispetto all’abbigliamento: scarpe aperte, scarpe chiuse. Il problema è che la temperatura esterna non aspetta, per cui alla riapertura dei mercati ci troveremo tante scarpe chiuse che non saranno più consone alla stagione, impossibili da vendere a prezzo pieno”, si rammarica Annalisa Caruso. “L’altra perdita che si crea riguarda i riassortimenti/nuove collezioni che avremmo dovuto fare settimananalmente. È il concetto alla base del pronto moda: freschezza del prodotto e rotazione rapida della merce, per far sì che i negozi non siano statici e la gente sia invogliata a ritornarvi. Altrimenti inizi e finisci una stagione sempre con la stessa collezione. A monte di questa modalità commerciale ci siamo noi imprenditori del pronto che facciamo ricerca continua. Perché il sistema moda si è fermato? Perché il commercio al dettaglio si è bloccato, in quanto non ha entrate”, puntualizza.
 
Cosa ne pensa del “Decreto Imprese” varato il 6 aprile dal Governo Conte, le chiediamo? “È discreto. Alcune misure vanno nella direzione giusta, come la sospensione dei versamenti di IVA e ritenute anche per aprile e maggio, estesa a tutte le attività che abbiano subito perdite almeno del 33% per aziende come noi sotto i 50 milioni di ricavi annui”, risponde Annalisa Caruso. “Bene anche l’accesso al credito e l’immissione di liquidità nel sistema, così i nostri clienti negozianti potranno cominciare a ripagare i loro fornitori”. 

Per il resto, il pacchetto delle garanzie per le imprese, con i prestiti fino a 25mila euro erogati praticamente in automatico garantiti al 100% e senza controlli preventivi sul merito del credito, nonché la copertura al 100%, con il 90% garantito dallo Stato per i prestiti fino a 800.000 euro, “va bene, ma rimangono comunque prestiti, che risolvono relativamente la situazione, in quanto bisognerà poi restituirli, anche se in sei anni e con tassi prossimi allo zero. Inoltre, vengono concessi a prescindere dal merito creditizio delle aziende. Questo rischia di prolungare l’agonia di alcune di esse”, ammonisce la Caruso.
 
“Se un negozio non mi sta pagando e aspetta a farlo perché nel frattempo è chiuso e deve comunque sostenere dei costi fissi (affitti, fideiussioni, dipendenti, ecc.), io non sto incassando”, spiega ancora. “Il negozio mi paga quando la banca gli eroga denaro, con il quale io azienda produttrice di scarpe pago le fabbriche che mi fanno le suole, per esempio. Quindi la soluzione del credito concesso ai piccoli negozianti sembra perfetta, ma dal nostro punto di vista di imprenditori non tanto. Stiamo registrando milioni di euro di minor fatturato, che molto probabilmente si tradurrà in altrettante perdite al termine di quest’anno. Se uso i prestiti per appianare tali perdite è evidente che il sistema non regge, perché prima o poi li dovrò restituire”.
 
“In fondo, l’accesso al credito per le imprese solide o meritevoli non era un problema neanche prima del decreto”, sostiene la Caruso. “Nemmeno per noi di Ovyé. Inoltre, le aziende hanno già pagato l’acconto di tasse di quest’anno, e fra poco lo Stato chiederà di pagare il saldo 2020 e l’acconto 2021. Se le cose non cambiano, non so molte aziende come faranno”, si rammarica. “Rimane il fatto che in pratica lo stato è nostro socio soltanto quando le cose vanno bene: guadagni? Mi dai il 60% di tasse. Sei in perdita? Va bene, mi paghi più avanti, però mi dai tutto. Annoso problema”, puntualizza (sorridendo) l’imprenditrice emiliana.
 
“Al Centergross ho detto: va bene il grido d’aiuto, anche se penso che nessuno ci aiuterà, ma cerchiamo di essere più propositivi”, racconta poi. “Quest’anno guadagneremo meno soldi, sicuramente bisognerà programmare come smaltire gli invenduti e con quali iniziative, ma diamo un segnale alla rete vendita e alla filiera produttiva che ci vogliamo essere. Una fase del genere poteva accadere in qualsiasi momento. Il virus ha dato un’accelerata alle difficoltà di chi già era in crisi. Dobbiamo produrre ancora più pronto moda”.
 
“Un altro problema, mai sollevato al Centergross”, secondo la Caruso, “è quello del ricambio generazionale. Lo segnalo da almeno 10 anni”, avverte. “Perché questo lavoro non te lo puoi inventare: delle basi devi comunque averle, di famiglia, di tradizione, ecc. Un fatto fondamentale in tutta Italia nelle PMI, ma nella moda ancora di più. Ci sono stati dei fenomeni nati dal nulla (e in molti casi magari esauritisi in pochi anni), ma le aziende che sopravvivono nel tempo sono essenzialmente quelle che hanno una storia”.

Ovyé


Ovyé aveva aperto tre negozi monomarca nel 2010, ma li ha chiusi nel 2015-16. “Il retail è un mondo difficile, in cui l’esperienza è fondamentale. E io in questo settore non l’avevo”, ammette la Caruso. “Nel 2015 i nostri genitori sono andati in pensione, ma io e mio fratello non riuscivamo a gestire tutto. La scelta è stata di curare il mercato all’ingrosso e lasciare il dettaglio, decidendo di mettersi in partnership con degli abbigliamentisti. Per esempio, a Bologna lo stiamo facendo coi negozi O’dett, a Piacenza con i punti vendita Ceylon, con le boutique W.68 Torino in Piemonte, e in tanti altri store, ma siamo anche fornitori di marchi del Centergross come Dixie, Vicolo o Souvenir, sempre per calzature ad etichetta Ovyé”.
 
Ovyé aveva chiuso il 2019 a poco più di 10 milioni di euro di fatturato, per il 75% generato in Italia, con Francia, Germania e Belgio come primi mercati esteri. “Il 2018 per noi è stato un anno difficile, in cui avevamo perso un 10-15% di giro d’affari, nel 2019 la flessione c’è stata ancora, ma limitata al 4%”, afferma Annalisa Caruso. “Questa crisi perciò diventa ancor più difficile da affrontare per noi, proprio perché s’inserisce in un trend che ultimamente non ci è stato molto favorevole”.
 
Oggi, la distribuzione di Ovyé è realizzata in tutta Europa, ma anche in Russia, Sud America (soprattutto in Cile) e Giappone. Quest’anno Ovyè ha trovato il primo cliente negli Stati Uniti. “Il mio prossimo sogno è proprio l’espansione negli States e (ovviamente quando le acque si calmeranno e si tornerà alla normalità, si spera da fine 2020-inizio 2021) mi piacerebbe tornare in Cina, dove Ovyé ha già lavorato in passato”.
 
Il brand ha una produzione che al 99% è realizzata in Italia, in fabbriche in Campania, in Puglia e nelle Marche. L’invernale è al 100% prodotto in Italia, l’estivo ha una partita di sandali fatta produrre in Cina.
 
Anche Annalisa Caruso si aspettava all’inizio del blocco dovuto alla pandemia di Coronavirus un e-commerce che avrebbe potuto risollevare le sorti delle vendite, compensando in buona parte le difficoltà del settore. “E invece anche per noi il B2B è fermo, e il B2C lavora pochissimo, è come se l’attività complessiva fosse ridotta a circa il 5%. L’e-shop l’abbiamo creato due anni fa per sopperire al calo di fatturato nei negozi fisici. Ovviamente, come ormai quasi tutti in Italia (ma hanno cominciato pure all’estero), praticandovi prezzi più alti e considerandolo come un servizio complementare per la clientela, per lasciare marginalità ai nostri clienti della rete vendita”, conclude.

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