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Pubblicato il
12 dic 2017
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Abbigliamento: importazioni europee in via di stabilizzazione?

Pubblicato il
12 dic 2017

Le importazioni europee di abbigliamento sono cresciute solamente dell’1% nei primi nove mesi del 2017, secondo le cifre svelate in occasione del seminario “Perspectives 2018” organizzato dall’Institut Français de la Mode il 7 dicembre. Dati che sottolineano la perdita di velocità della Cina a vantaggio dei vicini asiatici e a scapito dell’area euromediterranea. Dopo l’aumento delle importazioni del 10% riscontrato nei primi tre trimestri del 2016, che ha fatto seguito ad un aumento simile nell'anno precedente, il 2017 segna dunque un'evoluzione significativa nel sourcing del mercato europeo dell’abbigliamento.

IFM


IFM


Il direttore dell'Osservatorio dell'IFM, Gildas Minvielle, ha soprattutto rilevato in questi numeri un consolidamento dell’approvvigionamento asiatico al di fuori della Cina. Nei primi 9 mesi dell’anno, la Cina e Hong Kong hanno registrato un calo del 2,2% delle loro spedizioni di abbigliamento verso il Vecchio Continente. L’ex Impero Celeste dovrebbe valere quest’anno il 33,8% delle forniture dell’Europa. Il resto dell’Asia, che aveva raggiunto il livello della Cina nel 2015, dovrebbe invece pesare per il 42,6% sul totale, soprattutto grazie agli aumenti registrati dall’inizio dell’anno dal Bangladesh (+3,2%), dalla Cambogia (+6,6%), dal Vietnam (+4,7%), dal Pakistan (+9,6%) e dallo Sri Lanka (+3,3%).
 
Ma i numeri possono essere fuorvianti. L'industria cinese rimane la padrona del gioco. “La Cina è leader nella produzione di abbigliamento nei Paesi limitrofi che utilizzano materie prime cinesi”, sostiene Gildas Minvielle. “Questo paese rimane il fornitore imprescindibile di materiali nella regione e nel mondo, avendo anche realizzato oltre il 60% delle macchine tessili del pianeta negli ultimi 10 anni”.

I fornitori del bacino mediterraneo dovrebbero invece rappresentare il 17,7% del sourcing di abbigliamento dell’Unione Europea quest’anno, collocandosi su un livello stabile. Nel dettaglio, la percentuale di mercato della Turchia si riduce all’11,5%, contro il 12,5% del 2014. "C'è una visione discordante di questa nazione, visti il suo contesto politico e la crisi dei rifugiati siriani”, puntualizza il direttore dell’Osservatorio. “Ma la Turchia rimane un fornitore molto importante, e non ci sono discussioni”. La Tunisia è anch’essa calata, con un 2,4% contro il 2,8% di tre anni fa. Il Marocco esce a testa alta con il 3,2%, dopo il calo al 2,9% di due anni prima, e guadagna quote di mercato. I due Paesi del Maghreb sono poi citati dagli intervistati del questionario come due mercati sui quali intendono rifornirsi maggiormente.
 
E anche se la sua percentuale di mercato a breve termine è calata rispetto all’anno precedente, gli imprenditori vedono di buonissimo occhio l’industria lusitana. Infatti, anche il Portogallo è citato come un Paese nel quale vogliono aumentare gli approvvigionamenti.
 
Ma sebbene le dichiarazioni d’intenti di aumentare la quota di approvvigionamento di breve termine siano perentorie (il 48% dei rispondenti vogliono sviluppare i loro aggiornamenti), la loro realizzazione pratica non è facile. Non tutte le aziende possiedono la struttura per mettere in atto questa strategia in maniera significativa.

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