Sourcing: il Vietnam vuole abbandonare il tessile entry level

Il Vietnam vuole far crescere di gamma le sue produzioni tessili, dopo essere stato uno dei principali beneficiari di una strategia simile adottata dalla Cina nell’ultimo decennio. La nazione del Sud-Est Asiatico intende così arrestare il declino del tessile nelle sue esportazioni.

Due impiegate lavorano sulla loro macchina da cucire in una fabbrica tessile di Hanoi - AFP

L'obiettivo dichiarato del governo per le sue esportazioni complessive è quello di raggiungere una bilancia commerciale in surplus entro il 2030. Lo sforzo della crescita di livello dovrebbe interessare produzioni anche molto diverse tra loro, come il riso, il caffè, il caucciù, la manioca, la frutta e i legumi, e anche i prodotti in legno, i tessuti, i vestiti, gli accessori e le scarpe prodotti nel Paese.
 
Il governo del Vietnam vuole inoltre che lo sviluppo delle esportazioni si accompagni all’emergere di marchi nazionali. La stampa economica evoca, nel caso del tessile-abbigliamento, una maggiore apertura agli investimenti stranieri, soprattutto provenienti dai Paesi vicini. A ciò si aggiungono incentivi al sourcing locale per le materie prime.
 
Resta da conoscere sul lungo termine l’impatto che questa evoluzione avrà sulla produzione tessile vietnamita. La crescita di gamma voluta un decennio prima dalla Cina aveva portato allo spostamento delle produzioni entry level verso le nazioni ad essa vicine del Sud-Est dell’Asia, il che aveva dato forti vantaggi al Vietnam, alla Cambogia e soprattutto al Bangladesh. La Birmania ci ha messo invece più tempo ad attirare l’attenzione di imprenditori e addetti ai lavori, che oggi sono stati finalmente sedotti dai suoi bassi salari.
 
Il Vietnam era nel 2016 il sesto fornitore di abbigliamento dell’Unione Europea, con 2,9 miliardi di euro (+7%), oltre che il suo 13° fornitore di tessuti, a 340 milioni di euro (+4%) (fonte IFM). Progressioni che in realtà nascondono un calo del tessile–abbigliamento sul totale delle esportazioni, con una percentuale storicamente bassa del 6% l’anno scorso, secondo una fonte ministeriale.

Versione italiana di Gianluca Bolelli

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