Pambianco Beauty Summit: le aziende cosmetiche italiane devono puntare su prodotti premium ed export

Si è svolta il 3 maggio a Milano presso Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana, la seconda edizione del Pambianco Beauty Summit, organizzato dalla società di consulenza Pambianco Strategie di Impresa per analizzare il settore cosmetico italiano ed evidenziarne sfide e opportunità.

Palazzo Mezzanotte a Milano, dove si è svolto il 2° Pambianco Beauty Summit

I lavori si sono aperti con un intervento del “padrone di casa” Raffaele Jerusalmi, CEO di Borsa italiana, che ha evidenziato come il settore sia ancora molto frammentato: “Ci sono ampi spazi di consolidamento, fondamentale per competere a livello internazionale; in questo Borsa può supportare le aziende. Oggi abbiamo a listino 50 società del settore consumer goods, fra cui anche la cosmetica, per un valore di 120 miliardi di capitalizzazione. La piattaforma Elite conta invece 30 aziende cosmetiche”.
 
A seguire, Fabio Rossello, Presidente uscente di Cosmetica Italia, ha dato una panoramica del comparto: “Come Associazione rappresentiamo 500 aziende del beauty, di cui il 95% PMI, e circa 35.000 addetti. La cosmetica italiana ha registrato un fatturato di 11 miliardi di euro nel 2017, in crescita del +4,3% sul 2016, con un’aspettativa del +5% per quest’anno. Per quanto riguarda la produzione di cosmetici, l’incremento di fatturato è stato del +43,2% tra il 2008 e il 2016; l’EBIT medio nel 2016 è stato del 9%. L’Italia è il quarto mercato per la cosmetica dopo Germania, UK e Francia; dato ancora più importante, il 60% del make up distribuito nel mondo è made in italy”.

Raffaele Jerusalmi, CEO di Borsa Italiana, sul palco del Convegno

Rossello ha evidenziato che il saldo commerciale del comparto supera i 2,5 miliardi di euro ed è in continua crescita; inoltre, le aziende cosmetiche investono più del 6% in ricerca e sviluppo, contro il 3% di media nazionale. Per quanto riguarda i canali distributivi, il 35% è rappresentato dalla GDO, il 21% dai supermercati specializzati in cosmetici, a seguire profumerie e farmacie.

David Pambianco, CEO di Pambianco Strategie di Impresa, ha illustrato i dati di una ricerca che analizzando i bilanci di 450 aziende tra “branded” (società con un proprio marchio), terzisti, distributori (profumerie indipendenti e catene) e filiali italiane di multinazionali della cosmetica ha individuato un campione di 289 realtà con un fatturato superiore ai 3 milioni di euro, un giro d’affari complessivo nel 2016 di 11 miliardi di euro, un EBITDA medio all’11% e 37.000 dipendenti; le aziende del campione hanno registrato una crescita media del 14% negli ultimi tre anni.

David Pambianco, CEO di Pambianco Strategie di Impresa
 
Il fatturato totale è così ripartito nelle quattro diverse categorie: 4,7 miliardi di euro le aziende proprietarie di marchi (con un fatturato medio di 40 milioni di euro), 2,6 miliardi di euro le filiali dei grandi gruppi internazionali (fatturato medio di 53 milioni di euro, il più alto del campione), 2,3 miliardi di euro i terzisti (fatturato medio di 30 milioni di euro) e 1,3 miliardi di euro le catene e le profumerie indipendenti (fatturato medio di 27 milioni di euro). Le aziende branded e i terzisti rappresentano insieme il 55% della produzione italiana di cosmetica con una quota di export che si aggira rispettivamente attorno al 40% e al 64%. Le aziende con brand di fascia prestige pesano il 20% del totale, ma esportano il 77% del proprio fatturato (la percentuale più alta del campione), contro un 30% di quota export delle aziende di fascia più bassa.
 
Alla luce di questi dati, Pambianco ha delineato le sfide (e le opportunità) che le diverse tipologie di imprese dovranno affrontare per sostenere la crescita nei prossimi anni. Le aziende con marchi di proprietà dovranno perseguire un innalzamento dei propri prodotti verso la fascia premium, che registra la più alta quota di export, per puntare allo sviluppo a livello internazionale. I terzisti dovranno aumentare le proprie dimensioni, anche attraverso acquisizioni, per sfruttare le economia di scala e rivolgersi con più forza all’estero. La distribuzione dovrà concentrarsi sulla creazione di servizi e prodotti con una marginalità più elevata, sviluppare l’e-commerce e soprattutto essere in grado di intercettare in modo sempre più efficace i trend di mercato e i desideri del consumatore. Infine, le filiali italiane delle multinazionali dovranno riuscire a sviluppare in modo efficace sul piano locale i nuovi brand acquisiti a livello internazionale dalla casa madre.

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