Milano Unica: i rappresentanti del Tessile-Moda uniti per la sostenibilità

Una tavola rotonda sull’attualissimo tema della sostenibilità ha aperto l’edizione numero 27 di Milano Unica, il salone della filiera tessile in corso a Rho fieramilano. Vi hanno partecipato Ercole Botto Poala, Presidente di Milano Unica, Andrea Crespi, Presidente Comitato Sostenibilità di Sistema Moda Italia, Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana e Marino Vago, Presidente di Sistema Moda Italia.

Ercole Botto Poala

“Per le nuove generazioni la sostenibilità è diventato motivo di acquisto”, ha esordito Ercole Botto Poala. “Nel nostro comparto dobbiamo massimizzare il vantaggio di essere l’unica nazione al mondo ad avere al suo interno una filiera completa, rifiutare quei compromessi che spesso molti clienti ci chiedono, saper raccontare i nostri prodotti unici d’eccellenza e affrontare la sfida della globalizzazione facendo squadra”.
 
In questa conferenza d’apertura di Milano Unica è stata notata la totale assenza di rappresentanti del governo. “Mi auguro che alla prossima edizione del salone si possa rivedere il governo italiano presente e vicino al nostro settore come era successo con l’esecutivo precedente”, ha segnalato Botto Poala.
 
“Confindustria Moda ha fatturato nel 2017 ben 94 miliardi di euro, il 67% di export, con 27 miliardi di saldo positivo della bilancia commerciale. Anche se oggi è stato assente, non penso che il nuovo governo sia così pazzo da far mancare il proprio sostegno alla seconda manifattura del Paese”, ha tenuto a puntualizzare Marino Vago.

Andrea Crespi

“L’anticipo della fiera a luglio si è rivelato una scelta vincente; tra l’altro nonostante l’aumento dei listini del 15% da parte di noi organizzatori, gli espositori sono aumentati del 5%. Ciò dimostra che questa fiera è estrememente sana”, ha detto ancora Poala.
 
“La sostenibilità diventa un’opportunità straordinaria per tutte quelle aziende che hanno investito in macchinari, risorse umane, tecnologia, e che hanno portato ad avere un processo il più virtuoso possibile”, ha affermato Andrea Crespi. “Oggi l’Europa si sta muovendo tramite certificazioni che danno la possibilità alle aziende a dare un valore all’impatto ambientale di una produzione di un metro di tessuto in modo perfettamente trasparente e tracciabile”.
 
“Sono almeno 20 anni che buona parte della nostra industria tessile ha cominciato ad occuparsi dell’ecocompatibilità della produzione”, precisa Marino Vago. “Il responsabile di una grande maison francese, in un colloquio informale che ho avuto di recente, stimava in 5 anni il vantaggio competitivo della filiera italiana sulle altre. Dove dobbiamo migliorarci è sotto l’aspetto del controllo delle materie prime. Per avere un ulteriore salto qualitativo dovremo essere più severi anche con i nostri fornitori”.

Carlo Capasa

“All’interno della Camera della Moda abbiamo iniziato a lavorare con i maggiori brand a un tavolo di definizione dei criteri di sostenibilità”, ha ricordato Carlo Capasa. “Abbiamo preso 360 sostanze eco-tossicologiche e ne abbiamo eliminato il 75%, mentre per le altre abbiamo stabilito i valori massimi d’uso nel nostro settore. Poi siamo passati a valutare l’utilizzo d’acqua e prodotti chimici nei processi produttivi. Un lavoro la cui seconda parte sarà pubblicata entro febbraio 2019. Terzo punto, la tracciabilità. Cioè l’economia circolare per definire il riuso o riciclo del prodotto. Quarto tema, la sostenibilità sociale, andando a stabilire i salari minimi dei lavoratori e a controllare le condizioni di lavoro di chi opera nel nostro sistema. Un processo molto impegnativo, il quale ci porterà a pubblicare entro il 2020 il documento definitivo sulla sostenibilità sociale che farà da riferimento per tutti. Dobbiamo poi lavorare sul saper raccontare i nostri progressi e fare in modo che tutto questo venga applicato”.

In Europa l’Italia rappresenta il il 41% lordo (35% netto) di fatturato del settore tessile-abbigliamento-accessori. La seconda nazione è la Germania con l’11%, poi la Spagna col 10%, praticamente 30 punti percentuali in meno. “Ma se guardiamo all’alta qualità (perché Spagna e Germania non la fanno) realizziamo l’80% di quella europea e quasi tutta quella mondiale. Dobbiamo mantenerci leader in questo segmento”, ha insistito Capasa.
 
"I grandi brand italiani non hanno fatto marketing con la sostenibilità. Siccome è una cosa seria, prima di dire ‘siamo sostenibili’ aspettano di esserlo davvero. Al contrario la fast fashion ha usato la sostenibilità come trampolino di lancio anche quando non ce l’ha”, ha stigmatizzato Carlo Capasa. “Una maglietta che costa 5 dollari non può essere sostenibile, per la materia prima usata o perché è stata cucita da qualcuno per nulla o perché le condizioni di lavoro in cui è stata confezionata non erano accettabili. In questi anni i gruppi di fast fashion si sono giustificati dicendo ‘ah, ma io quella maglietta l’ho comprata da un altro che la faceva fare in Turchia’. Ma questo è un giochetto furbo, perchè bisogna essere responsabili dall’inizio alla fine della filiera”.

Marino Vago

Il presidente di CNMI ha sostenuto poi che la fast fashion non è stata un buon esempio per il nostro settore, ha spinto verso una non-sostenibilità, ha abbassato il livello di percezione della qualità nel consumatore finale e ha prodotto un’eccessiva quantità di pezzi. In più, quasi il 30% della sua produzione finisce direttamente in discarica. “Se il tuo prodotto va in discarica in meno di 5 anni, questi costi li dovresti pagare solo tu”, ha detto Capasa, il quale ha ricordato come per “aziende piccole/medio-piccole della filiera, da 0 a 250 dipendenti, che lavorino con i nostri brand, noi di Camera della Moda abbiamo lanciato un progetto di finanziamento per 30 milioni di euro stanziati per 7 anni per chi voglia investire in sostenibilità. Sarebbe bello che anche il governo intervenisse con progetti di questo tipo”.

“Dopo quella del petrolio, noi della moda siamo la seconda industria più inquinante del mondo. Tutto per colpa della fast fashion. Questa cultura va cambiata facendo capire il valore della qualità. Noi siamo gli alfieri della qualità. Questa è l’Italia”, ha concluso Marino Vago.

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