Il comparto calzaturiero chiede a gran voce la legge sul “Made in” e il taglio del costo del lavoro

Tutela del “Made in Italy”, rendendo obbligatoria nella UE l’etichettatura di origine (applicando in sostanza quanto prescritto nel codice doganale), e riduzione del costo del lavoro per ridare competitività al sistema produttivo italiano, sono questi i primi, essenziali provvedimenti da prendere per risollevare il settore calzaturiero a livello industriale con l’aiuto della politica emerse in un incontro della scorsa settimana in Senato, nel quale si sono confrontate per la prima volta insieme tutte le parti sociali (Confindustria, Confartigianato, CNA, CGIL, CISL, UIL).

Un'immagine di Enrico Ciccola - Ansa

Alla presenza di Annarita Pilotti (Presidente di Assocalzaturifici), Enrico Ciccola (Presidente Calzaturiero Confindustria Centro Adriatico), Maurizio Gasparri (Vicepresidente del Senato) ed Ernesto Carbone (Responsabile Pubblica Amministrazione e Made in Italy della Segreteria Nazionale del PD), una nota di Confindustria ha riportato i risultati di una ricerca condotta dal professor Gian Luca Gregori (Pro-Rettore dell’Università Politecnica delle Marche).
 
Secondo l’indagine, dal 1996 ad oggi le imprese del settore moda in Italia (che comprende il tessile-abbigliamento, le pelli e le calzature) sono diminuite del 33%; e in 30 anni la produzione di calzature è diminuita del 75%, tanto che nel 2016 si è toccato il minimo storico di 188 milioni di paia di scarpe prodotte, dalle 531 milioni di paia del 1986.
 
Nel periodo 2010-2016, tutti i principali distretti italiani che producono scarpe hanno perso centinaia di migliaia di calzaturifici sul territorio: Campania -8%; Toscana -16%; Veneto -19%; Emilia Romagna -19%; Lombardia -11%, Puglia -24% e quello principale delle Marche -17%. Basti pensare che in quest’ultima regione, nelle province di Fermo e Macerata, il settore occupa l’80% della popolazione locale e per di più nel 2016 quelle zone sono state duramente colpite anche dal sisma. Ma è tutto il sistema moda che in tre anni ha lasciato sul campo 33 mila addetti, non solo il comparto delle calzature.
 
Comunque, il fatturato annuo complessivo del calzaturiero, uno dei pilastri del sistema della moda italiana con un saldo commerciale sempre attivo, viene ancora stimato in circa 14,2 miliardi di euro, occupa oltre 580.000 addetti e conta più di 83.000 imprese attive, al netto dell’indotto. Da solo, il settore conta circa 4.800 aziende e 77.000 addetti (dati sempre riferiti al 2016), ricorda ancora Confindustria.
 
Proprio per questo, nel suo accorato intervento, Enrico Ciccola ha chiesto a chiunque vincerà le prossime elezioni del 2018, di impegnarsi sin d'ora ad inserire i due punti succitati nel proprio programma dei primi 100 giorni di governo. “Dobbiamo fare presto, se non vogliamo che chiudano non solo le aziende ma anche interi territori, con il conseguente disastro occupazionale e sociale che tutti possiamo immaginare”.

Una foto di Antonio Tajani - Ansa

Antonio Tajani, il Presidente del parlamento Europeo, ha voluto ricordare, in un messaggio rivolto agli organizzatori, come il settore calzaturiero rimanga trainante nel sistema del Made in Italy, e il fatto che l’Italia sia il primo produttore di calzature nell’Unione Europea, il dodicesimo produttore di calzature per numero di paia nel mondo e il sesto esportatore a livello mondiale. Raggiungere queste posizioni, “ha richiesto coraggio, investimenti, e lungimiranza. E il puntare sulla qualità e sull’eccellenza del nostro saper fare. Ma la crisi non è del tutto superata. Da una parte, l’impetuoso sviluppo delle tecnologie digitali sta rivoluzionando il mondo della produzione e della distribuzione. Dall’altra, in un mercato sempre più globale la competizione si sta facendo sempre più difficile. Per restare competitivi dobbiamo cogliere queste sfide. Per questo dobbiamo investire in formazione, ricerca ed innovazione”, ha scritto Tajani.
 
“Le nuove misure anti-dumping, recentemente votate dal Parlamento europeo, rafforzano gli strumenti di difesa commerciale con l’introduzione di criteri sociali ed ambientali, e con una chiara definizione delle distorsioni di mercato e dell’onere della prova”, ha poi ricordato Antonio Tajani, il quale ha aggiunto che apertura dei mercati e la libertà di commercio sono principi fondamentali dell’Unione, ma che vanno posti al riparo dalle pratiche commerciali scorrette. “La difesa dei diritti di proprietà, la lotta alla contraffazione e alla concorrenza sleale sono dei punti cardine su cui non possiamo arretrare”.

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