Abbigliamento: importazioni europee in via di stabilizzazione?

Le importazioni europee di abbigliamento sono cresciute solamente dell’1% nei primi nove mesi del 2017, secondo le cifre svelate in occasione del seminario “Perspectives 2018” organizzato dall’Institut Français de la Mode il 7 dicembre. Dati che sottolineano la perdita di velocità della Cina a vantaggio dei vicini asiatici e a scapito dell’area euromediterranea. Dopo l’aumento delle importazioni del 10% riscontrato nei primi tre trimestri del 2016, che ha fatto seguito ad un aumento simile nell'anno precedente, il 2017 segna dunque un'evoluzione significativa nel sourcing del mercato europeo dell’abbigliamento.

IFM

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Il direttore dell'Osservatorio dell'IFM, Gildas Minvielle, ha soprattutto rilevato in questi numeri un consolidamento dell’approvvigionamento asiatico al di fuori della Cina. Nei primi 9 mesi dell’anno, la Cina e Hong Kong hanno registrato un calo del 2,2% delle loro spedizioni di abbigliamento verso il Vecchio Continente. L’ex Impero Celeste dovrebbe valere quest’anno il 33,8% delle forniture dell’Europa. Il resto dell’Asia, che aveva raggiunto il livello della Cina nel 2015, dovrebbe invece pesare per il 42,6% sul totale, soprattutto grazie agli aumenti registrati dall’inizio dell’anno dal Bangladesh (+3,2%), dalla Cambogia (+6,6%), dal Vietnam (+4,7%), dal Pakistan (+9,6%) e dallo Sri Lanka (+3,3%).
 
Ma i numeri possono essere fuorvianti. L'industria cinese rimane la padrona del gioco. “La Cina è leader nella produzione di abbigliamento nei Paesi limitrofi che utilizzano materie prime cinesi”, sostiene Gildas Minvielle. “Questo paese rimane il fornitore imprescindibile di materiali nella regione e nel mondo, avendo anche realizzato oltre il 60% delle macchine tessili del pianeta negli ultimi 10 anni”.
 
I fornitori del bacino mediterraneo dovrebbero invece rappresentare il 17,7% del sourcing di abbigliamento dell’Unione Europea quest’anno, collocandosi su un livello stabile. Nel dettaglio, la percentuale di mercato della Turchia si riduce all’11,5%, contro il 12,5% del 2014. "C'è una visione discordante di questa nazione, visti il suo contesto politico e la crisi dei rifugiati siriani”, puntualizza il direttore dell’Osservatorio. “Ma la Turchia rimane un fornitore molto importante, e non ci sono discussioni”. La Tunisia è anch’essa calata, con un 2,4% contro il 2,8% di tre anni fa. Il Marocco esce a testa alta con il 3,2%, dopo il calo al 2,9% di due anni prima, e guadagna quote di mercato. I due Paesi del Maghreb sono poi citati dagli intervistati del questionario come due mercati sui quali intendono rifornirsi maggiormente.
 
E anche se la sua percentuale di mercato a breve termine è calata rispetto all’anno precedente, gli imprenditori vedono di buonissimo occhio l’industria lusitana. Infatti, anche il Portogallo è citato come un Paese nel quale vogliono aumentare gli approvvigionamenti.
 
Ma sebbene le dichiarazioni d’intenti di aumentare la quota di approvvigionamento di breve termine siano perentorie (il 48% dei rispondenti vogliono sviluppare i loro aggiornamenti), la loro realizzazione pratica non è facile. Non tutte le aziende possiedono la struttura per mettere in atto questa strategia in maniera significativa.

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